martedì 30 giugno 2009

GIOCARE...AL CUBO!



Clicca per giocare!

sabato 20 giugno 2009

VERSUS






















"...L'uomo erra, quando non trova l'essenza delle cose o degli eventi che lo coinvolgono: prepara a sè l'angoscia e la paura, come conseguenze della dissonanza dell'anima con la realtà. La realtà campeggia invero oltre l'apparire fisico, èmetafisica nel suo essere fisica: è insieme l'essere dell'essenza e il suo apparire. La menzogna è l'apparire privo di essenza: ma non v'è che l'uomo che possa restituire a tale apparire l'essenza. E' il compito dell'uomo libero intuire inizialmente in concetti l'essenza delle cose, degli eventi, della natura. L'essenza invero è il Logos, la verità delle cose.
Non esiste realtà che non abbia fondamento, o essenza, nell'interiorità umana, nella serie dei concetti che l'uomo si forma nella zona superiore della coscienza: zona nella quale vive non solo tale serie di concetti, ma soprattutto la dinamica del loro formarsi, per virtù di un Io superiore a quello ordinario. Normalmente l'uomo non sa come si formano in lui i concetti. L'uomo razionale, l'uomo logico, per coerenza cognitiva, dovrebbe cominciare a saperlo. Che egli non lo sappia, oggi, è il massimo male umano. Il contrapporsi della coscienza quotidiana alla fonte della propria realtà, è la sorgente della sofferenza.
La sofferenza peraltro ha il compito di orientare la ricerca interiore dell'uomo verso la vita delle essenze, che egli reca nella zona pura dell'anima, perciò quasi sempre celate alla coscienza ordinaria: sono le essenze che egli via via si va formando, senza averne consapevolezza. Deve compiere un ben determinato eserciziodi pensiero, per scoprire in sè un concetto, o un'essenza, o un contenuto-sintesi della realtà. Quasi sempre egli attinge a qualcosa che si è andato formando mediante l'intuito stimolato dalla quotidiana esperienza. L'avversione della coscienza alla propria fonte superiore, il cui affermarsi la priverebbe del meccanismo dell'inerzia e degli appoggi psochici correlativi, gli impediscono di scorgere in sè il luogo della nascita delle essenze e della propria libertà interiore. Egli ha nebsì il concetto di "leone", o di "albero", ma non sa come si sia formato in lui: ignora l'elemento universale intuito, òa lo usa a un livello inferiore, quello del rappresentare, come se a tale livello conservasse l'universalità. Questa non può esserci nel concetto astratto o morto.
Deve scorgere in sè la folgore dell'intuito puro, per comprendere come nell'anima in realtà si manifesti l'essenza delle cose che vede intorno a sè create. Si manifesti, o nasca. Egli può sperimentare un potere-pensiero, che non conosce barriera fisica, nè psichica: scaturisce dalla pura fonte della vita ed esige fluire nell'umano, non perchè necessiti di movimento, o come lampo, che egli ha come lampo di pensiero, ma è più che pensiero: è vita creatrice. E' dapprima il pensiero conquistato allo stato puro e, allo stato puro, intensificato: è allora l'essenza dell'essere, di ogni essere. Cessa di essere pensiero: diviene forza di luce, percepibile come volontà creatrice. Naturalmente è il germe di una realizzazione che attende l'uomo: è il germe del miracolo."
(Massimo Scaligero, "Meditazione e miracolo", Ed. Mediterranee)

martedì 16 giugno 2009

Cuccioli in regalo!

(clikka sull'immagine per ingrandirla)

(In casa MATIA)

venerdì 12 giugno 2009

L'ombra del miracolo


















"[...]Vi sono esseri che si lasciano consapevolmente coinvolgere dal karma collettivo, o dal karma del gruppo umano a cui si sono connessi, proprio per donare ulteriore impulso spirituale al destino che unisce il gruppo. Questa possibilità è il portato logico del grado spirituale conseguito da tali esseri: una logica diversa è il falso spirituale.
Il karma dell'umanità è unico e si esplica attravarso il karma di ciascun individuo, che pertanto elabora il karma personale, rendendolo sempre più indipendente dal karma collettivo, proprio per poter divenire, secondo lo Spirituo, un elaboratore dinamico del karma collettivo. Quanto più una personalità spirituale evolve, tanto più diviene cooperatrice dell'altrui karma, coiè soccorritrice degli altri sopportatori delle conseguenze del karma: conseguenze che rimandano a un guasto originario dell'umanità, o a un "peccato originale", cioé alla perdita di un livello superumano, che il karma ha il compito di dar modo all'uomo di ritrovare, secondo potere del suo essere libero.[...]"
(Massimo Scaligero, "Reincarnazione e karma", Ed. Mediterranee)

lunedì 18 maggio 2009

Briciole



Tutto era perduto? Era inevitabile che fosse cambiato? Dovevo dimenticare? Dobbiamo chiudere gli occhi? Dobbiamo perdonare, poiché ognuno vive di briciole? Dobbiamo pensare che tutto ciò che ci tormenta è ben piccola cosa visto dalle lontanissime stelle, Altazor, Grapatax, Mab, Zelda e Dandelion? Oppure, proprio perché siamo piccola cosa, dobbiamo combattere per la nostra briciola di giustizia, o le stelle crolleranno?

[Stefano Benni, Margherita dolcevita, Ed.Feltrinelli]

giovedì 23 aprile 2009

Hillel



“Gesù sapeva perfettamente quanto avesse contato per molti il vecchio Hillel*, che aveva goduto di una grande considerazione come maestro in seno all’ebraismo anche nei difficili tempi di erode. Era un uomo dall’anima ricca di tesori di saggezza, e Gesù sapeva quanto poco le parole interiori pronunciate da Hillel avessero trovato ricezione nei cuori e nelle anime. Tuttavia si era detto di lui: ls Torah, somma delle più antiche e importanti leggi sull’ebraismo, era oscurata, e Hillel l’aveva ristabilita. A quelli tra i suoi contemporanei che lo comprendevano, Hillel appariva come un rinnovatore della saggezza originaria ebraica; era un maestro che anche viaggiava come un vero insegnante di saggezza. La mitezza era il suo carattere fondamentale, era una specie di Messia; lo afferma anche il Talmud, e lo si può riscontrare anche sulla base dell’erudizione ufficiale. La gente era prodiga di lodi per Hillel e ne diceva un gran bene. Scelgo solo alcuni esempi per accennare al modo in cui Gesù di Nazareth parlò di Hillel a sua madre, onde indicare l’atteggiamento della sua anima.
Hillel veniva descritto come un uomo dal carattere dolce e mite che poteva ottenere moltissimo con la mitezza e l’amore. Si è conservato un aneddoto che può in particolare mostrare che Hillel era un uomo paziente e dolce, conciliante con tutti. Due tali avevano scommesso sulla possibilità o meno di stimolare Hillel alla collera, dato che era noto che egli non poteva adirarsi. Uno dei due disse: voglio far di tutto per farlo arrabbiare e così vincere la scommessa. Egli bussò alla porta di Hillel quando questi era quanto mai occupato a preparare il sabbat, proprio nel momento in cui non era lecito disturbare uno come lui. Dunque lo scommettitore bussò alla porta di Hillel e lo affrontò in modo tutt’altro che gentile e senza alcun preambolo; eppure Hillel, come sovrintendente della massima autorità spirituale, era abituato ad essere interpellato con ripetto. Invece quell’uomo lo apostrofò semplicemente così: Hillel, vieni fuori alla svelta; Hillel indossò il mantello e uscì. L’uomo disse in tono aspro, senza la minima gentilezza: Hillel, ho da chiederti qualcosa. Hillel rispose con benevolenza: mio caro che cosa hai da chiedermi? Ho da chiederti perché i babilonesi hanno teste così smilze. Hillel rispose in tono dolcissimo: ecco, mio caro, i babilonesi hanno teste tanto smilze perché hanno levatrici poco abili. L’uomo se ne andò, notando che anche quella volta Hillel si era mantenuto calmo, e Hillel tornò al suo lavoro. Dopo pochi minuti quel tale ritornò e distolse di nuovo bruscamente Hillel dal suo lavoro: Hillel, vieni fuori, ho da chiederti qualcosa d’importante! Hillel si rimise il suo mantello sulle spalle, uscì di nuovo e disse: ebbene, mio caro, che cosa hai da chiedermi? Ho da chiederti perché gli arabi hanno occhi tanto piccoli. Hillel rispose con gran pazienza: perché il deserto è tanto grande che a contemplarne la vastità gli occhi si restringono; per questo gli arabi hanno occhi tanto piccoli. Di nuovo Hillel aveva mantenuto la calma. Quel tale divenne molto ansioso per la sua scommessa, ritornò ancora e chiamò Hillel per la terza volta, in tono brusco: Hillel, vieni fuori, ho qualcosa d’importante da chiederti! Hillel prese il mantello, uscì e chiese con immutata calma: ebbene, mio caro, che cosa hai da chiedermi stavolta? Ho da chiederti: perché gli egiziani hanno i piedi piatti? Perché le loro contrade sono molto paludose; ecco perché gli egiziani hanno piedi piatti. Tranquillo e sereno Hillel tornò al suo lavoro. Qualche minuto dopo l’uomo ritornò e disse ad Hillel che non aveva nulla da domandargli, ma solo da spiegargli che aveva scommesso che lo avrebbe portato ad arrabbiarsi, e non sapeva come riuscirci. Allora Hillel disse pacificamente: mio caro, è meglio che tu perda la scommessa, piuttosto che Hillel vada in collera!”

*vissuto dal 75 a.C. al 4 d. C.

(R. Steiner, Il quinto vangelo, O. O. 148)

lunedì 20 aprile 2009

Missione della collera

venerdì 17 aprile 2009

Nuove frontiere

vai su art a part culture


di Pino Giampà









| E’ una grande isola, la Sardegna, dove il contemporaneo può essere popolare ad una collettività capace di trovare nella qualità dell’arte -appunto: contemporanea- un punto di riscatto dalla sua separazione economica e culturale.Il Man di Nuoro ma anche e soprattutto la creazione, a Cagliari con la ex Manifattura Tabacchi, del primo Distretto Culturale evoluto in Italia, sono i veri protagonisti di questa vicenda; lo sono, certamente, insieme a tanti altri luoghi e spazi per l’arte contemporanea e all’impegno attivo di quanti si fanno carico di aprire uno sguardo sulle proposte culturali più interessanti, emergenti, sperimentali, considerando che, oltre a ciò, e a quelle cattedrali-nel-deserto a Nuoro e a Cagliari, su tutto l’ampio territorio non esiste nessuna galleria d’arte contemporanea privata degna di questo nome.

Sì, ci sono gallerie che ospitano giovani artisti, ma esse operano in un mercato praticamente inesistente, comportandosi di conseguenza, senza rinunciare peraltro a piccole forme di dittatura curatoriale che dura giusto il tempo di divorare i piccoli risparmi degli sprovveduti galleristi e di collezionisti rari ed occasionali, salvo poi mandare tutto alla deriva per fiondarsi verso qualche altro volenteroso che ancora non ha capito che, in Sardegna, l’arte è vissuta più come una forma da guardare che da acquistare.

Eppure, di curatori e collezionisti di un certo rilievo ce ne sono, ma vivono principalmente preoccupandosi di collegarsi con quello che passa il resto del modo (dell’arte), evitando -chissà perchè- di sostenere con impegno e costanza almeno una galleria locale. Naturalmente, sono però anche subito disposti ad acquistare almeno una piccola opera dell’artista sardo che fa mostre nel continente, facendo leva sulla sua personale intraprendenza spesa in spazi e luoghi che non sono certo il must del mercato… Ma, va detto, qui non passa molta differenza tra De Carlo, Marconi e Marconi, l’altro, quello di Cupramarittima, fermo restando che quest’ultimo gallerista è comunque di un livello che le giovani gallerie sarde non hanno certo ancora raggiunto…

Eppure, in questo desolante panorama, sono gli spazi istituzionali, con curatori di altissimo livello a far parlare della Sardegna come di un isola felice per l’arte contemporanea anche se, in realtà, tutto questo avviene sfruttando il provincialismo diffuso; così, passano come qualcosa di utile al territorio delle esperienze molto lontane dal talento, dalla creatività e, soprattutto, dalla cultura di un popolo che in questo modo viene così ad essere aggirata e raggirata. Non fraintendiamoci: è straordinario scoprire mostre ed artisti che di solito si incontrano nelle più importanti rassegne internazionali; ma è il vuoto che circonda tutto questo che ci lascia disorientati.

Il discorso sui distretti culturali, portato avanti da Pierluigi Sacco, ha cercato di porre rimedio a tutto questo. Ma a pagare un duro prezzo restano una moltitudine di artisti, isolani ed isolati, che per la verità mantiene, nonostante tutto, un discreto livello di produzione. Questa, la produzione, più che accettabile, non è però stimolata ed indirizzata da strategie e da confronti nè culturali nè curatoriali che solo una galleria privata, realmente interessata alla produzione e divulgazione sul mercato, può contribuire a costruire.

In questa deriva, vedere almeno due generazioni di artisti potenzialmente validi che partecipano a mostre insostenibili da ogni punto di vista, con installazioni e performances a dir poco grottesche e presuntuose, non contribuisce certo ad incentivare un corretto avvicinamento del pubblico all’arte contemporanea; semmai, sembrano autorizzare i curatori istituzionali nel continuare a cercare altrove questa produzione.

L’iniziativa dell’associazione Cherimus (Emiliana Saiu, Matteo Rubbi, Marco Colombaioni) ha provato, invece, a fare arrivare -in residenza- artisti come Alfredo Jaar, Jeorge Orta, Alberto Garutti, accompagnati da curatori internazionali, per poter interagire direttamente con la popolazione locale; questa sembra essere la strada da perseguire, insieme a quella di Pierluigi Sacco, per dimostrare in pieno le potenzialità di un arte che potrebbe essere destinata a diventare una vera e propria forma di welfare per i cittadini spingendo questi ultimi a riscoprire la propria memoria e a guardare con fiducia all’avvenire; mettendoli in grado di dare voce alle proprie esigenze e ai propri bisogni; dando loro modo di partecipare ai processi di pianificazione ambientale ed urbana; insomma: permettendogli di cogliere tutte le opportunità economiche, sociali, formative e culturali del territorio.

Comunque, nonostante una comprensibile diffidenza da parte di alcuni amministratori locali, altre iniziative stanno nascendo in tal senso, soprattutto nel Sulcis Iglesiente, il quale potrebbe vedere una via di uscita dalla crisi del suo distretto industriale primario proprio grazie all’azione e all’attenzione che l’arte e la cultura stanno rivolgendo a questo territorio.













Immagini:

* Performance di Eleonora Di Marino durante l’Estate Iglesiente
* Alfredo Jaar, Emiliana Sabiu e Bartolomeo Pietromarchi nel Sulcis Iglesiente

Leggi anche:

* http://www.artapartofculture.org/2008/08/30/qualcosa-si-muove-a-carbonia-iglesias…
* http://www.artapartofculture.org/2008/08/26/notteggiandoa-iglesias-dedicata-a-j-be…

domenica 12 aprile 2009

Buona Pasqua!














("La Resurrezione", di Matthias Grunewald, della pala d'altare di Isenheim, conservato al museo di Colmar, in Alsazia.)



"Quando da spazi universali il sole parla al senso dell'uomo e dal fondo dell'anima si congiunge alla luce, allor dal chiuso dell'egoità migran pensieri nei lontani spazi e ottusamente avvincono allo spirito l'essere dell'uomo."
(R. Steiner, Il calendario dell'anima)



(Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi)

Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi.
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.


Parola di Dio

domenica 5 aprile 2009

Palme e ulivo



"Si racconta che un dotto in scienze naturali (deve essere avvenuto il Inghilterra) disse che preferiva immaginarsi di essere giunto ad essere uomo per forza propria, di essere giunto alla sua attuale condizione superiore trasformandosi a poco a poco dallo stadio scimmiesco, piuttosto che immaginarsi di essere caduto tanto in basso, come uomo, dalle altezze divine di un tempo, come pareva aver fatto il suo avversario, il quale non poteva credere alle semplici rappresentazioni scientifiche. Simili episodi indicano quanto sia necessario trovare la via che porti a dire "Non io, ma l'animale evoluto in me", ma "Non io , ma il Cristo in me". Bisogna cercare di capire queste parole di Paolo; solo allora un vero messaggio pasquale potrà di nuovo entrare nella nostra coscienza dalle profondità della nostra anima."
(R. Steiner, "Pasqua, la festa dell'esortazione". I° conferenza, Dornach, 2 aprile 1920, Venerdì santo. Edizioni Arcobaleno. O.O.198)

domenica 29 marzo 2009

La borsa del pastore: un antico rimedio erboristico....(qui il link)



"La cornacchia volata sulla strada
con la bacca nel becco scintillante
ti dona il suo pensiero ovunque vada,
ricolma la tua anima esitante.

Anche la borsa del pastore parla
della spirale dei suoi verdi cuori,
a chi la colga sol per ammirarla
nella corona di candidi fiori.

Non tace la Natura se l'ascolti
nutrendoti di luce mattiniera
rispecchiata da mille e mille volti,
nella trama del sole, dolce e austera,
gioiosa a tratti. E a te son tutti vòlti
gli attimi intensi della vita vera."


(Giancarlo Cimino)

martedì 24 marzo 2009

Nebbia primordiale e pianeti: la visione dello spirito.


“Oggi sappiamo che in principio vi era una grande nebbia primordiale nello spazio cosmico, e che essa ha cominciato a roteare. Così facendo, ha eliminato un globo sferico dalla propria massa; continuando a roteare, con l’andar del tempo si è distaccato un secondo globo, e più tardi un terzo e così di seguito. Ma queste immagini non sono altro che una forma di mitologia moderna fisico-coperincana. Essa verrà a sua volta rimpiazzata da un’altra mitologia. Però le mitologie antiche hanno il vantaggio, su quella attuale, di essere più vere di quelle venute dopo; esse non hanno saputo prendere che la sola parte astratta, completamente esteriore e materiale. Bisogna sempre tener presente che è comodo spiegare ai bambini in modo plausibile la formazione di un simile sistema solare: si prende una goccia di un’essenza oleosa, si taglia da un cartone un piccolo disco rotondo, lo si pone nella direzione dell’equatore passandoci dal di sopra uno spillo e lo si mette nel liquido a galleggiare. Si comincia allora a dare al tutto un movimento di rotazione dicendo che così roteava la nebbia cosmica. Infatti si forma prima un appiattimento, poi si stacca una goccia, quindi un’altra, poi una terza – e una grande goccia rimane nel centro; ecco creato un piccolo sistema solare! Sembra allora molto plausibile che quanto viene così dimostrato in piccolo, sia avvenuto anche in grande. Chi però espone queste considerazioni dimentica soltanto una cosa che in altra occasione sarebbe bellissimo dimenticare: dimentica se stesso. Dimentica di essere lui stesso a provocare la rotazione. L’intera dimostrazione sarebbe esatta, se uno di questi bravi professori si degnasse di dire: “Come io sto qui e faccio girare questo spillo, così lassù vi era un gigantesco professore che provvide a far roteare tutto l’assieme affinché si potessero distaccare i pianeti; proprio come abbiamo fatto in piccolo con le nostre gocce di olio”. In tal caso il paragone potrebbe ancor andare.
Noi sappiamo che nessun maestro gigantesco si occupa di girare lo spillo, ma che vi sono entità spirituali di ogni grado, e che esse attirano verso di loro la relativa materia.Le entità che avevano bisogno di speciali condizioni di vita, quando andarono sul Sole attirarono la materia che loro conveniva, e si formarono il proprio campo di azione mediante la potenza delle loro forze spirituali; altre entità separarono per sé la sostanza della Terra. ‘E lo spirito che opera fino alla più piccola particella di materia. Si potrà comprendere ciò che avviene nei più piccoli punti dello spazio, soltanto quando si comprenderà che lo spirito opera ovunque, fino nello spazio illimitato. Né si tratta di uno spirito in generale del quale si possa dire che “in genera la materia contiene lo spirito, uno spirito universale o primordiale”. Cosi’ si creerebbero dei nuovi malintesi, e non si arriverebbe a nulla. Noi dobbiamo riconoscere gli “spiriti” nella loro concretezza, nelle loro particolarità e nelle loro diverse condizioni di vita. […]
Prima che il Sole si potesse distaccare, già era risultata la necessità per certe entità di separare per sé speciali campi di azione. Ciò che esse distaccarono in tal modo sono oggi i pianeti esterni: Saturno, Giove e Marte. Possiamo dunque dire che nella materia complessiva in cui stavano il Sole e la Luna erano pure contenuti Saturno, Giove e così via, e che alcune entità si distaccarono prima con quei corpi celesti. Erano entità che richiedevano appunto le condizioni di vita che potevano venir soddisfatte su quei pianeti. Poi il Sole si separò con tutte le entità più sublimi, lasciando indietro la Terra unita alla Luna. Quest’assieme di Terra e Luna seguitò ad evolversi fin che si verificò la descritta espulsione della Luna. Ma non tutti gli esseri usciti insieme al Sole furono capaci di partecipare all’evoluzione solare.[…] determinate entità cedettero di essere in grado di sopportare il viaggio del Sole. In realtà lo poterono sopportare soltanto le entità più alte; le altre dovettero più tardi separarsene. E per il fatto che tali entità si crearono campi d’azione separati, nacquero Venere e Mercurio. Cosi’ vediamo la separazione di Saturno, Giove e Marte prima della scissione del Sole dalla Terra. Poi si separarono dal Sole Venere e Mercurio, e soltanto dopo la Luna si separò dalla Terra.
Cosi’ si presenta questa evoluzione, dal punto di vista dello spirito.”

(R. Steiner, Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, O.O. n°112)

"Un mare di latte": una storia indù


(la Via Lattea)

"Tanto tempo fa, prima che il mondo avesse inizio, non c'era nient' altro che un fiore di loto di un bianco purissimo, galleggiante in un mare di latte. Fra i suoi petali di seta dormiva profondamente Brahma, il creatore. A parte il fiore, però, non c'era nient' altro. A un certo punto Brahma cominciò a destarsi. Aprì gli occhi e, quando fu completamente sveglio, si accinse al compito di creare il mondo. Dalle sue lacrime nacquero la terra, l'aria e il cielo. Il suo corpo disteso diventò l'universo, il giorno e la notte, la luce e il buio, e vennero le stagioni secche e i monsoni, il fuoco, il vento e la pioggia. Dalla sua bocca uscirono capre, dai fianchi mucche, dai piedi elefanti, cammelli, cavalli e cervi. I peli del suo corpo divennero fili d'erba, radici e frutti. E infine Brahma creò i Deva e gli Asura, gli dèi della luce e del buio. Ora, il mare di latte conteneva un liquido magico detto" amrita", l'elisir della vita. Chiunque lo bevesse sarebbe vissuto per sempre. Naturalmente tanto i Deva quanto gli Asura volevano questo liquido tutto per sé. Però l'unico modo per estrarre l'amrita consisteva nel frullare il mare di latte, proprio come si fa per ottenere dal latte il burro o il formaggio, e né i Deva né gli Asura se la sentivano di fare da soli, per cui si misero d'accordo, una volta tanto, per lavorare insieme. Prima bisognava procurarsi una corda e un bastone abbastanza robusti per l'operazione. I Deva ebbero un'idea. «Come bastone per mescolare useremo questa montagna» gridarono, e tirarono giù la grande montagna, il monte Mandara, che sorgeva alta e ripida dal mare di latte. Per non essere da meno, gli Asura annunciarono: «Come corda useremo questo serpente!» ed esibirono il loro reperto: un cobra gigantesco, più lungo di qualunque serpente abbiate mai visto. In effetti non era un serpente ordinario: era Vasuki, il re dei serpenti. Gli Asura arrotolarono il cobra intorno alla montagna, spira dopo spira. Poi lo afferrarono per la testa mentre i Deva lo afferravano per la coda, e cominciarono a tirarlo avanti e indietro, avanti e indietro con tutte le loro forze. Via via che tiravano, il monte Mandara cominciò a roteare dentro le spire del serpente. Vorticava sempre più veloce, così veloce che gli alberi sparsi lungo i suoi pendii si sradicarono e presero fuoco. Per fortuna c'era nei paraggi il dio Indra, che con la pioggia delle sue grandi nuvole provvide a spegnere l'incendio. Ma anche così il pericolo non era scongiurato del tutto. La montagna era tanto pesante che cominciò a perforare la terra come un trapano, minacciando di farla a pezzetti. Allora gli dèi mandarono una tartaruga gigante a sorreggere la montagna, e la terra fu salva. Intanto il mare di latte cominciava a ribollire e spumeggiare: dapprima si formò un colossale gorgo di latte, e poi un burro densissimo. Con gli ultimi residui di energia, i Deva e gli Asura mescolarono un altro po', e dal mare di latte sorsero il sole e la luna, gemme scintillanti e mille altri tesori, e infine il tesoro più grande: un calice d'oro colmo del prezioso amrita, l'elisir dell'immortalità. Nel frattempo i grandi dèi erano rimasti a guardare con estremo interesse, decisi a farsi avanti all'ultimo momento per impedire agli Asura di bere l'amrita e diventare ancora più cattivi di quanto già non fossero. Così, non appena l'amrita sgorgò dal mare di latte, Vishnu, il conservatore, lasciò il suo punto d'osservazione sul vicino monte Meru, scese sulla terra e afferrò al volo il calice d'oro. Ma prima che avesse il tempo di metterlo al sicuro sul monte Meru, uno degli Asura, un demone di nome Rahu, gli strappò dalle mani il calice e cominciò a bere. Il sole e la luna gridarono a Vishnu: «Quello è il demone Rahu, il peggiore di tutti gli Asura! Devi farlo smettere di bere, o ci saranno sofferenze e disgrazie per tutti noi!» Veloce come un fulmine, Vishnu colpì Rahu sulla testa prima che riuscisse a bere tutto l'amrita. Il corpo morto del demone piombò giù verso la terra, mentre la testa saliva nel cielo, urlando di rabbia e digrignando i terribili denti. Non poteva morire perché l'amrita aveva già raggiunto la gola e aveva dato alla testa il dono della vita eterna. A quel punto esplose una tremenda battaglia. I Deva e gli Asura si scagliarono gli uni contro gli altri, brandendo armi fatte di lampi, montagne ardenti e frecce dalla punta di fuoco. Per due giorni e due notti infuriò la battaglia, finché gli Asura non furono costretti ad ammettere la sconfitta. Migliaia di demoni giacevano morti o moribondi; altre migliaia strisciarono via per andare a nascondersi nei pozzi della terra o nelle profondità del mare. I grandi dèi divisero equamente l'amrita con i Deva, e rimisero al suo posto il monte Mandara. L'unico Asura sopravvissuto per raccontare la storia fu la testa di Rahu, destinata per sempre a inseguire la luna, sua mortale nemica, attraverso i cieli. Lo potete vedere con i vostri occhi: ogni volta che Rahu riesce a raggiungere la luna, se l'inghiotte tutta intera ed essa svanisce dal cielo. Ben presto, però, la luna crescente scappa dalla gola di Rahu e ritorna nel cielo."
(storia indù)

venerdì 20 marzo 2009

Tra tante parole....il rosario.


1) Si fa il Segno della Croce e si recita il Credo.

2) Si recita un Padre Nostro.

3) Si recitano tre Ave Maria per la fede, la speranza, la carità.

4) Si recita un Gloria al Padre.

oppure

1) Si fa il Segno della Croce e si dice: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto. E si recita un Gloria al Padre.


5) Si enuncia il primo mistero (per esempio si dice: Il primo mistero gaudioso: l'Annunciazione dell'Angelo a Maria Vergine) e si recita un Padre Nostro.

6) Si recitano dieci Ave Maria meditando il mistero.

7) Si recita un Gloria al Padre e la Preghiera di Fatima.

8) Si enuncia il secondo mistero e si recita un Padre Nostro.

9) Si recitano dieci Ave Maria meditando il mistero.

10) Si recita un Gloria al Padre e la Preghiera di Fatima.

11) Si enuncia il terzo mistero e si recita un Padre Nostro.

12 ) Si recitano dieci Ave Maria meditando il mistero.

13) Si recita un Gloria al Padre e la Preghiera di Fatima.

14) Si enuncia il quarto mistero e si recita un Padre Nostro.

15) Si recitano dieci Ave Maria meditando il mistero.

16) Si recita un Gloria al Padre e la Preghiera di Fatima.

17) Si enuncia il quinto mistero e si recita un Padre Nostro.

18) Si recitano dieci Ave Maria meditando il mistero.

19) Si recita un Gloria al Padre e la Preghiera di Fatima.

20) Si recita la Salve Regina.

(Si possono recitare le Litanie Lauretane. Si può recitare la Preghiera a San Giuseppe, la Preghiera a San Michele, la Preghiera al Cuore Immacolato di Maria, il Sub Tuum Praesidium).

Si fa il Segno della Croce.

***

martedì 17 marzo 2009

Vita quotidiana e libertà.


(A. Durer, Adamo ed Eva, 1504)


















“[…]La scienza dello spirito distingue sette manifestazioni evolutive della Terra. La prima viene detta «saturnia», la
seconda è quella «solare», la terza è la «lunare»: ci troviamo ora nella incarnazione «terrestre» della Terra. Queste
quattro manifestazioni planetarie abbracciano l’evoluzione del sistema solare (il nostro cosmo di appartenenza) dai
primordi ad oggi e sono concomitanti al lunghissimo processo di evoluzione dell’uomo.
L’incarnazione di Saturno è servita a porre i fondamenti del corpo fisico umano (costituito inizialmente di solo
calore e che è andato condensandosi, fino all’odierna consistenza, nel corso di queste metamorfosi planetarie);
l’incarnazione del Sole ha aggiunto il secondo arto costitutivo dell’essere umano, quello delle forze vitali o corpo
eterico, cioè le capacità di crescita e riproduzione; l’incarnazione della Luna ha reso possibile la terza dimensione,
che è quella dell’anima o corpo astrale, con tutte le facoltà di movimento, reazione a stimoli e sensazione: istinti,
brame e passioni.
Posto questo triplice so strato - che troviamo unilateralmente manifesto nei tre regni di natura: il minerale (corpo
fisico), il vegetale (fisico ed eterico) e l’animale (fisico, eterico e astrale) - siamo ora nella quarta incarnazione della
nostra evoluzione planetaria, la Terra propriamente detta, che porta su di sé il compito evolutivo globale, cioè il
karma, dell’incarnazione dell’Io, il quarto membro costitutivo dell’archetipo dell’essere umano.
Una volta edificati gli involucri fisico, eterico e astrale come triplice «conditio sine qua non» per l’evoluzione
umana, l’incarnazione-Terra ha come meta il pieno conferimento dell’Io all’essere umano. E’ quindi importante
capire cosa sia l’Io e che cosa aggiunga ai precedenti arti costitutivi: l’Io conferisce alla compagine umana la libertà,
l’autonomia individuale, la capacità responsabile di portare il karma, la capacità di distinguere e operare il bene e il
male3. E’ questo dunque un karma che avvolge l’umanità intera.
Possiamo allora dire che il karma della Terra è la libertà, perché la libertà è il carattere fondamentale dell’Io, è il
carattere sommante che ne riassume tutti gli aspetti, compreso l’amore. L’amore è un altro modo di avverare il
mistero della libertà, perché soltanto un essere libero e indipendente è in grado di amare.
Questo karma complessivo dell’umanità e della Terra viene espresso in tutte le grandi mitologie, in tutti i testi sacri.
Pensiamo alla Genesi, dove il primo movimento dell’evoluzione terrestre verso l’individuazione viene chiamato
«peccato originale»4: purtroppo questo passo della Bibbia è stato interpretato in chiave negativa, come se indicasse
qualcosa di moralmente non buono che l’uomo avrebbe potuto evitare.
Il peccato originale è invece la caduta nella frammentazione, è lo staccarsi dell’anima umana dalla matrice
primigenia, è l’inizio del cammino verso la libertà. In altre parole, l’umanità ai primordi dell’evoluzione terrestre era
una sostanza animica unitaria effusa nel cosmo intero, in una condizione che è stata sempre descritta come
paradisiaca: bisognava, però, che essa lasciasse questo paradiso di comunanza e si inserisse sempre di più nella
materia, ormai densa e consolidata.
La materia è il «principium individuationis»: soltanto grazie alla materia ciascuno di noi è nettamente e
definitivamente distinto da un altro essere. Quindi la caduta nella materia è il presupposto universalmente umano per
rendere ogni uomo indipendente e singolo, capace di accogliere l’Io e il karma individuale.
Al contempo la caduta segna l’inizio delle incarnazioni e caratterizza tutta la prima parte dell’evoluzione che
trova il suo punto di svolta nell’incarnazione dell’Essere solare, il Cristo, nel Gesù di Nazareth: le forze dell’Io Sono
(«Logos» e «Io Sono» sono i due nomi esoterici del Cristo nel vangelo di Giovanni) penetrano nell’umanità e ha
inizio per tutti la seconda parte dell’evoluzione, il cammino di risalita.

Nei vangeli si parla di reincarnazione e karma?
Potremmo chiederci: se è vero che il Cristo è venuto proprio a portare questa svolta evolutiva nella
consapevolezza umana, come mai nei vangeli, per esempio, non si trova nulla di tutto ciò?
Non possiamo qui trattare dell’origine ispirativa dei testi sacri che l’umanità possiede5, ma, in relazione al tema
del karma, possiamo dire che nella misura in cui l’essere umano evolve secondo libertà, egli sviluppa al contempo un
organo conoscitivo, una capacità più illuminata di lettura che gli consente di scoprire nel testo evangelico cose che
prima non vedeva.
La reincarnazione, nei vangeli, c’è o non c’è? C’è per chi la vede e non c’è per chi non la vede! Se tutti possiamo
constatare che nei vangeli non esiste nessuna affermazione esplicita contro la reincarnazione, non possiamo però
nemmeno dire che essa venga affermata palesemente.
Non è nemmeno vero che nei primi secoli del cristianesimo fosse così chiara e evidente la convinzione della
reincarnazione: ci sono solo accenni e lo stesso Origene, a cui ci si rifà come a una personalità convinta della
reincarnazione, esprime pensieri che non è facile riferire esplicitamente alla reincarnazione. Quindi già nei primi
secoli cristiani la prospettiva delle ripetute vite terrene non vive nella coscienza occidentale.
Dall’altro lato va sottolineato il fatto che non è vero che il dogma cattolico contenga la non-reincarnazione, non è
vero che faccia parte del dogma cattolico che la vita sia una sola. La chiesa cattolica (parlo di cattolicesimo, ora, non
di cristianesimo) non ha mai definito questa questione, non ha mai detto l’ultima parola: la questione della
reincarnazione è pertanto aperta. Perciò un cattolico che sia convinto della reincarnazione non è un «eretico» perché
non va contro nessun dogma della chiesa cattolica.
C’è sempre stata, però, l’opinione comune (si chiama proprio opinio communis, in teologia) dei teologi cattolici e
cristiani, soprattutto dell’ultimo millennio, che l’uomo viva una volta sola; ma un’opinione teologica comune non
basta per fare un dogma.
Il senso storico di questo dilemma è che l’umanità occidentale doveva vivere un lungo periodo di tempo senza la
consapevolezza della reincarnazione: questo buio dello spirito ha consentito il libero procedere verso il materialismo
che, una volta raggiunto il suo apice, pone le migliori premesse perché singole individualità, per un autentico e libero
impulso, possano riscoprire antichi tesori di sapienza con piene forze di coscienza.
Una consapevolezza scientifica della reincarnazione - così come la consente, appunto, la scienza dello spirito -
non può essere un fenomeno di massa: come Parsifal non trovava la risposta perché non era ancora in grado di porre
la domanda, così soltanto chi porta incontro ai testi sacri delle autonome premesse conoscitive, risultato di tanti sforzi
e di tante prove, scopre cose che prima non aveva nemmeno intravisto6.
La gioia del riconquistare le conoscenze più profonde dell’evoluzione a partire dalle forze individuali della nostra
libertà non porta con sé un atteggiamento di ostilità nei confronti delle confessioni religiose o delle chiese: «chiesa» è
anima di gruppo, è lo strumento necessario per gli esseri umani che hanno bisogno di una conduzione dall’esterno.
Questo bisogno c’è stato, ma è anche evidente che, prima o poi, esso dovrà cessare: uscendo dal «gregge» il
singolo essere umano impara a stare saldo sulle sue gambe. Sarebbe karmicamente errato, inoltre, pretendere dalla
chiesa, in quanto istituzione, il riconoscimento della scienza dello spirito che, come tale, si rivolge soltanto
all’individualità autonoma del singolo e pertanto non può avere come interlocutori o referenti delle realtà di gruppo,
gerarchicamente organizzate.
Il rapporto sociale degli esseri umani fra loro passa, per evoluzione, da una condizione ecclesiale, comunitaria, di
stampo animico ad un’interazione organica e vivente degli esseri, possibile soltanto al livello libero e autoreggentesi
dello spirito, dell’Io. La piena autonomia del singolo è l’unica base reale per la fondazione di comunità fra gli esseri
di oggi e di domani.
Reincarnazione e metempsicosi
Dopo quanto abbiamo detto è bene chiederci come mai R. Steiner dica che l’operare stesso del Cristo
nell’interiorità degli esseri umani ha fatto scomparire l’antica consapevolezza della reincarnazione, del tutto
insufficiente per una umanità che vive dopo l’evento del Cristo.
A chiarimento di questo consideriamo alcune differenze fondamentali tra il modo di concepire la reincarnazione
nell’Oriente precristiano e quello che sorge oggi in occidente in chiave cristica:
1. la prima differenza sta nel fatto che l’Oriente aveva mantenuto più a lungo dell’Occidente l’antica
chiaroveggenza atavica e il conseguente convincimento della reincarnazione: questa consapevolezza aveva un
carattere automatico, spontaneo, offerto «per grazia» a ogni essere umano, senza essere una conquista delle libere
forze conoscitive. La tradizione si basava dunque sulla memoria diretta e precisa del prenatale.
Ora, proprio questo carattere istintivo doveva scomparire per dare la possibilità a ogni singolo essere umano di
riconquistare la consapevolezza della reincarnazione non per tradizione, non per convincimento di anima di gruppo,
ma in base a un cammino di pensiero gestito individualmente e liberamente. E’ questo un primo motivo del perché,
con l’avvento del Cristo, è andata gradualmente scomparendo l’antica coscienza della reincarnazione;

2. un secondo aspetto di diversità sta nel fatto che la tradizione orientale non poteva storicamente portare in sé
una vera e propria esperienza dell’Io: non che l’induismo e il buddhismo non avessero intuito a livello conoscitivo la
realtà dell’Io, ma mancavano ancora le forze reali stesse dell’Io - e quindi la possibilità di sperimentarle veramente -
perché il Cristo, l’Io Sono, non era sceso ancora sulla Terra a portarle.
Perciò dove a noi sembra che in Oriente si parli di reincarnazione in realtà si parla di metempsicosi, cioè del
trapasso di una sostanza animica da una corporeità all’altra, di trasmigrazione di correnti astrali e non di un vero e
proprio cammino dello spirito umano, cioè dell’Io individuale.
Oggi, grazie alla scienza dello spirito che pone come impulso fondamentale del divenire le forze del Cristo, sorge
di fatto per la prima volta nell’umanità la consapevolezza della reincarnazione dell’Io, dell’individualità libera che
decide sempre di nuovo di ricostruire una «casa» corporea a misura sua. Questo è un pensiero cristico perché parla ad
ogni essere umano sulla faccia della Terra, senza distinzioni di cultura, di razza o di religione.
La parola «Cristo» ha assunto un peso europeo e occidentale divenendo sinonimo di un patrimonio religioso e
culturale che, anche se dichiara di volgersi all’umanità intera, si muove secondo il criterio delle confessioni e lo
difende: ma il Cristo può essere chiamato l’Essere del Sole, l’Essere della Terra, l’Essere della Libertà, l’Essere
dell’Amore... L’evento del Cristo non si è avverato per generare «cristiani», ma per rigenerare uomini; […]”

(da “Karma e libertà. Nella vita quotidiana”, di Pietro Archiati, 1997 L’Opera Editrice srl Via A. Serranti, 51
00136 Roma)