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lunedì 6 luglio 2009
Heal the world
Grazie Michael Jackson !
“Heal the World” era la canzone di cui Michael Jackson andava più fiero. Inserita nell’album “Dangerous”, pubblicato nel 1991, questa canzone ha dato i natali alla Heal The World Foundation che aveva come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita dei bambini. Ora l’associazione non c’è più ma questa è una delle canzoni più trasmesse dalle radio nelle ultime ore.(www.musicroom.it)
Heal the world
Michael Jackson
Spoken Intro:
Think about the generations and to say we want to make it a better
world for our children and our children's children. So that they know
it's a better world for them; and think if they can make it a better place.
There's a place in your heart
And I know that it is love
And this place could be much
Brighter than tomorrow.
And if you really try
You'll find there's no need to cry
In this place you'll feel
There's no hurt or sorrow.
There are ways to get there
If you care enough for the living
Make a little space, make a better place.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
If you want to know why
There's a love that cannot lie
Love is strong
It only cares for joyful giving.
If we try we shall see
In this bliss we cannot feel
Fear or dread
We stop existing and start living
Then it feels that always
Love's enough for us growing
Make a better world, make a better world.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
And the dream we would conceived in
Will reveal a joyful face
And the world we once believed in
Will shine again in grace
Then why do we keep strangling life
Wound this earth, crucify it's soul
Though it's plain to see, this world is heavenly
Be God's glow.
We could fly so high
Let our spirits never die
In my heart I feel
You are all my brothers
Create a world with no fear
Together we'll cry happy tears
See the nations turn
Their swords into plowshares
We could really get there
If you care enough for the living
Make a little space to make a better place.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
There are people dying if you care enough for the living
Make a better place for you and for me.
Make a better place for you and for me.
You and for me Make a better place
You and for me Make a better place
You and for me Make a better place
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children.
Guarire il mondo
Michael Jackson
Introduzione parlata:
pensare alle generazioni e dire che vogliamo rendere il un mondo migliore
per i nostri bambini e i bambini dei nostri bambini. Cosi che loro sappiano
che é un mondo migliore per loro; e penso se loro possono rendere il mondo
un posto migliore.
C'é un posto nel tuo cuore
io so che é amore
e quel posto può essere molto
più luminoso di ieri
se tu provi veramente
scoprirai che non c'é bisogno di piangere
in questo posto lo sentirai
non ci sono pene ne sofferenza
ci sono modi per arrivarci
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un piccolo spazio, crea uno spazio migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
se vuoi sapere perché
c'é un amore che non può mentire
l'amore é forte
importa solo dare felicità
se proviamo vedremo
in questa gioia non possiamo sentire
paura ne timore
smettiamo di esistere e iniziamo a vivere
poi sarà per sempre
l'amore é abbastanza per farci crescere
crea un mondo migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
e il sogno che vogliamo creare
rivela una faccia felice
e il mondo in cui credevamo
si illumina ancora di grazia
allora perché continuiamo a vivere vite strozzate
ferendo la sua terra, crocifiggendo la sua anima
é evidente da vedere, questo mondo é paradisiaco
essere lo splendore di Dio
possiamo volare cosi alto
non lasciare mai morire I nostri spiriti
nel mio cuore sento che
sono tutti miei fratelli
creare un mondo senza paura
insieme piangeremo lacrime di gioia
vedere le nazioni trasformare
le loro spade in lame per aratri
possiamo davvero arrivarci
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un piccolo spazio per rendere un posto migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
C'é gente che sta morendo, se tu credi nella vita
crea un un posto migliore per te e per me
crea un un posto migliore per te e per me
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini
per me e per te guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per in nostri bambini
per te e per me guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini
per me e per te guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini
......
domenica 12 aprile 2009
Buona Pasqua!

("La Resurrezione", di Matthias Grunewald, della pala d'altare di Isenheim, conservato al museo di Colmar, in Alsazia.)
"Quando da spazi universali il sole parla al senso dell'uomo e dal fondo dell'anima si congiunge alla luce, allor dal chiuso dell'egoità migran pensieri nei lontani spazi e ottusamente avvincono allo spirito l'essere dell'uomo."
(R. Steiner, Il calendario dell'anima)
(Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi)
Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi.
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.
Parola di Dio
martedì 24 marzo 2009
"Un mare di latte": una storia indù

(la Via Lattea)
"Tanto tempo fa, prima che il mondo avesse inizio, non c'era nient' altro che un fiore di loto di un bianco purissimo, galleggiante in un mare di latte. Fra i suoi petali di seta dormiva profondamente Brahma, il creatore. A parte il fiore, però, non c'era nient' altro. A un certo punto Brahma cominciò a destarsi. Aprì gli occhi e, quando fu completamente sveglio, si accinse al compito di creare il mondo. Dalle sue lacrime nacquero la terra, l'aria e il cielo. Il suo corpo disteso diventò l'universo, il giorno e la notte, la luce e il buio, e vennero le stagioni secche e i monsoni, il fuoco, il vento e la pioggia. Dalla sua bocca uscirono capre, dai fianchi mucche, dai piedi elefanti, cammelli, cavalli e cervi. I peli del suo corpo divennero fili d'erba, radici e frutti. E infine Brahma creò i Deva e gli Asura, gli dèi della luce e del buio. Ora, il mare di latte conteneva un liquido magico detto" amrita", l'elisir della vita. Chiunque lo bevesse sarebbe vissuto per sempre. Naturalmente tanto i Deva quanto gli Asura volevano questo liquido tutto per sé. Però l'unico modo per estrarre l'amrita consisteva nel frullare il mare di latte, proprio come si fa per ottenere dal latte il burro o il formaggio, e né i Deva né gli Asura se la sentivano di fare da soli, per cui si misero d'accordo, una volta tanto, per lavorare insieme. Prima bisognava procurarsi una corda e un bastone abbastanza robusti per l'operazione. I Deva ebbero un'idea. «Come bastone per mescolare useremo questa montagna» gridarono, e tirarono giù la grande montagna, il monte Mandara, che sorgeva alta e ripida dal mare di latte. Per non essere da meno, gli Asura annunciarono: «Come corda useremo questo serpente!» ed esibirono il loro reperto: un cobra gigantesco, più lungo di qualunque serpente abbiate mai visto. In effetti non era un serpente ordinario: era Vasuki, il re dei serpenti. Gli Asura arrotolarono il cobra intorno alla montagna, spira dopo spira. Poi lo afferrarono per la testa mentre i Deva lo afferravano per la coda, e cominciarono a tirarlo avanti e indietro, avanti e indietro con tutte le loro forze. Via via che tiravano, il monte Mandara cominciò a roteare dentro le spire del serpente. Vorticava sempre più veloce, così veloce che gli alberi sparsi lungo i suoi pendii si sradicarono e presero fuoco. Per fortuna c'era nei paraggi il dio Indra, che con la pioggia delle sue grandi nuvole provvide a spegnere l'incendio. Ma anche così il pericolo non era scongiurato del tutto. La montagna era tanto pesante che cominciò a perforare la terra come un trapano, minacciando di farla a pezzetti. Allora gli dèi mandarono una tartaruga gigante a sorreggere la montagna, e la terra fu salva. Intanto il mare di latte cominciava a ribollire e spumeggiare: dapprima si formò un colossale gorgo di latte, e poi un burro densissimo. Con gli ultimi residui di energia, i Deva e gli Asura mescolarono un altro po', e dal mare di latte sorsero il sole e la luna, gemme scintillanti e mille altri tesori, e infine il tesoro più grande: un calice d'oro colmo del prezioso amrita, l'elisir dell'immortalità. Nel frattempo i grandi dèi erano rimasti a guardare con estremo interesse, decisi a farsi avanti all'ultimo momento per impedire agli Asura di bere l'amrita e diventare ancora più cattivi di quanto già non fossero. Così, non appena l'amrita sgorgò dal mare di latte, Vishnu, il conservatore, lasciò il suo punto d'osservazione sul vicino monte Meru, scese sulla terra e afferrò al volo il calice d'oro. Ma prima che avesse il tempo di metterlo al sicuro sul monte Meru, uno degli Asura, un demone di nome Rahu, gli strappò dalle mani il calice e cominciò a bere. Il sole e la luna gridarono a Vishnu: «Quello è il demone Rahu, il peggiore di tutti gli Asura! Devi farlo smettere di bere, o ci saranno sofferenze e disgrazie per tutti noi!» Veloce come un fulmine, Vishnu colpì Rahu sulla testa prima che riuscisse a bere tutto l'amrita. Il corpo morto del demone piombò giù verso la terra, mentre la testa saliva nel cielo, urlando di rabbia e digrignando i terribili denti. Non poteva morire perché l'amrita aveva già raggiunto la gola e aveva dato alla testa il dono della vita eterna. A quel punto esplose una tremenda battaglia. I Deva e gli Asura si scagliarono gli uni contro gli altri, brandendo armi fatte di lampi, montagne ardenti e frecce dalla punta di fuoco. Per due giorni e due notti infuriò la battaglia, finché gli Asura non furono costretti ad ammettere la sconfitta. Migliaia di demoni giacevano morti o moribondi; altre migliaia strisciarono via per andare a nascondersi nei pozzi della terra o nelle profondità del mare. I grandi dèi divisero equamente l'amrita con i Deva, e rimisero al suo posto il monte Mandara. L'unico Asura sopravvissuto per raccontare la storia fu la testa di Rahu, destinata per sempre a inseguire la luna, sua mortale nemica, attraverso i cieli. Lo potete vedere con i vostri occhi: ogni volta che Rahu riesce a raggiungere la luna, se l'inghiotte tutta intera ed essa svanisce dal cielo. Ben presto, però, la luna crescente scappa dalla gola di Rahu e ritorna nel cielo."
(storia indù)
Imaginario:
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venerdì 6 marzo 2009
giovedì 26 febbraio 2009
Norfieddu, Dea Madre e... le figure femminili
Ancestrale Contemporaneo,
Carnevale Iglesiente 2009
19 FEBBRAIO
PRIMA APPARIZIONE
La notte del primo giorno, le maschere del Carnevale Iglesiente, girano silenziose, come ombre fuggite al destino della contemporaneità, per le vie del centro storico.
Il loro compito è quello di catturare e liberare la popolazione iglesiente impadronendosi degli aspetti negativi manifestati durante l’inverno ( sospetto, invidia, indifferenza, testardaggine, saccenza, intrigo). Norfieddu in quanto spirito, non ancora imprigionato in un pupazzo, gira libero scatenando il panico e stimolando, per reazione, proprio quegli umori negativi che la gente si tiene ancora dentro. Ad ogni reazione negativa, le maschere catturano l’atteggiamento liberando la persona da questa negatività.
24 FEBBRAIO
SECONDA APPARIZIONE
La seconda sera vede protagonisti i personaggi-vittima, cercare sostegno per il processo che si terrà nella serata finale. Le vittime di quest’anno sono tutte donne, quattro maschere raffiguranti la quattro condizioni-stagioni della donna. Tra le vie del centro le vittime prescelte vengono attaccate dalle maschere tipiche, cariche delle negatività che hanno preso dalla popolazione. Norfieddu cercherà di difenderle, ma gli atteggiamenti negativi fanno subito strada nei cuori delle vittime ed il povero folletto, brutto e nero come la miniera, contribuisce solo ad aumentare il panico tra le donne. Solo la Dea Madre sembra consolare Norfieddu, mentre la popolazione non da alcun peso ai suoi avvertimenti, scambiandolo per un pazzo e ridendo del suo buffo movimento.
28 FEBBRAIO
PROCESSO E ROGO DI NORFIEDDU
Quest’anno il processo racconta il confronto tra il bello ed il brutto, il buono e cattivo, in una parodia grottesca giocata tra l’ancestrale ed il contemporaneo. Come sempre le sei maschere tipiche ( Suspettosu, Intragneri, Oghiànu, Indiferenti, Corriatzu e Sabiu) e le altrettante vittime di questi atteggiamenti danno vita al Processo, al corteo ed al Rogo di Norfieddu. L’inquisitore, processerà e condannerà Norfieddu reo di tutti i mali, compreso quello di aver istigato e plagiato le quattro vittime ( tzia Pipia, tzia Isposa, tzia Mamma e tzia Viuda). In realtà sono stati l’Inquisitore e le altre maschere, mentre il povero spiritello cercava di difenderle, ma questo la gente, ignara dei linguaggi, dei riti e dei significati ancestrali, non lo sa. La Dea Madre in persona protegge lo spiritello Norfieddu, sostituendolo con un pupazzo che andrà al rogo al suo posto, illudendo la gente di essersi liberata dei mali, ma soprattutto appagando lo spirito negativo delle maschere tipiche, che dopo il rogo faranno ritorno nell’inverno. In questo modo anche gli atteggiamenti negativi della popolazione ritorneranno nella normalità, senza gli eccessi manifestati in questo periodo. Lo spirito di Norfieddu ritornerà il prossimo inverno, dopo l’estate, l’autunno e con il suo spirito libero darà inizio alla primavera, alla rinascita della terra, della gente, di questa terra, di questa gente, la più bella, la più vera del Mediterraneo. Alla festa il pupazzo, alla tradizione il significato.
"Norfieddu scancioffau d'anti abbruxau" sancisce la cittá all'unisono, e se ne torna a casa a prepararsi per la Quaresima.
Pino Giampà
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U.F.O.
martedì 13 gennaio 2009
Etere vero

Etere vero, tramonto di luce
rosea, incantata sulla neve eterna,
tu sfiori la pianura che conduce all’infinita umanità materna.
Nel silenzio profondo dell’abbraccio
tu vegli sul futuro e sul passato
e covi il mondo, fra le nebbie e il ghiaccio,
mentre l’inverno posa, addormentato.
Se mi rispecchio nel tuo chiaro lume
che mi raccoglie e vela dolcemente,
lento con l’anima vago nel fiume
che scorre in terra, in cielo, nella mente,
e veglio nelle fredde, dense brume
e ti contemplo, spirito presente.
( Giancarlo Cimino )
lunedì 12 gennaio 2009
“Der Doppelgänger”
Still ist die Nacht, es ruhen die Gassen,
In diesem Hause wohnte mein Schatz;
Sie hat schon längst die Stadt verlassen,
Doch steht noch das Haus auf demselben Platz.
Da steht auch ein Mensch und starrt in die Höhe
Und ringt die Hände vor Schmerzensgewalt;
Mir graust es, wenn ich sein Antlitz sehe -
Der Mond zeigt mir meine eigne Gestalt.
Du Doppelgänger, du bleicher Geselle!
Was äffst du nach mein Liebesleid,
Das mich gequält auf dieser Stelle
So manche Nacht, in alter Zeit?
(“Der Doppelgänger” di Heinrich Heine)
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vanità,
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giovedì 1 gennaio 2009
martedì 30 dicembre 2008
I video d'arte MATIA 2008
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Luna Nira")
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Matia di passo in basso")
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Pupezza di Legno")
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Palme")
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Ho-ggettati")
(video di Laura della Gatta -MATIA- "Canti di sirene")
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Estremi polari in tempi di letizia: K'AN, l'abissale, l'acqua

In mezzo al pericolo...accontentarsi di non esserne sopraffatti.
Accontentarsi di piccole cose.
Il tempo può risolvere le contrapposizioni... solo quando esse sono giunte al loro estremo.
In mezzo al pericolo...attenti a non assuefarsi a ciò che è male.
Senza tavola da surf.
giovedì 25 dicembre 2008
BUON NATALE!
Gregorian Chant , et lux in tenebris...
L’ispirazione dei sentimenti
si rende magica forza d’amore,
se nell’azione di quei momenti
la conoscenza muta il dolore.
Nell’immersione dentro se stessi
si schiude l’adito alla Natura
e nell’incontro umano quei nessi
che ci congiungon son aria pura.
E quel respiro di veri affetti
diventa lievito angelicale,
fermento vivo che in cuore metti
per elevarti all’imaginale.
Ecco l’anelito, ecco i diletti,
è il figlio nuovo, nuovo Natale.
(Giancarlo Cimino)
L’ispirazione dei sentimenti
si rende magica forza d’amore,
se nell’azione di quei momenti
la conoscenza muta il dolore.
Nell’immersione dentro se stessi
si schiude l’adito alla Natura
e nell’incontro umano quei nessi
che ci congiungon son aria pura.
E quel respiro di veri affetti
diventa lievito angelicale,
fermento vivo che in cuore metti
per elevarti all’imaginale.
Ecco l’anelito, ecco i diletti,
è il figlio nuovo, nuovo Natale.
(Giancarlo Cimino)
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domenica 21 dicembre 2008
POESIA PER IL SOLSTIZIO

(sonno profondo di un monte nei pressi di Villasalto, in Sardegna)
Quel giorno tu sarai riconoscente
di fronte allo spirito immortale,
che sempre scrutasti nella mente
assaporando il vero, il bene, il male.
E vedi dentro l’ombra tua che muore
riflessi che ti svelano poi quanto
quel mondo s’intesse nell’amore
tu porti dentro l’anima, nel pianto.
L’esistere si abbarbica alla roccia
come la vite aspira co’ suoi legni
la stessa luce co’ suoi santi segni.
Forza possente: stilla goccia a goccia
nell’oro tuo, dove tu vivi e regni!
(Giancarlo Cimino)
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sabato 20 dicembre 2008
L'albero cosmico

Simboli natalizi
(Da una conferenza tenuta da Rudolf Steiner a Berlino il 17 dicembre 1906)
[…]Così, nel significato della festa del Natale, noi sentiamo un’eco delle feste più antiche dell’umanità. E questa eco ci è tramandata particolarmente nella sfumatura del rito cristiano. Nei suoi simboli noi ritroviamo le immagini simboliche dell’umanità più antica. Anche l’albero, coi suoi lumini, è uno di questi simboli. E’ il simbolo dell’albero del paradiso. Il paradiso rappresenta l’insieme della natura materiale. In essa, la rappresentazione della natura spirituale è data dall’albero della conoscenza e dall’albero della vita. C’è una leggenda che rende mirabilmente il significato dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. Set sta davanti alla porta del paradiso e chiede di entrare. Il cherubino che sta a guardia dell’ingresso lo fa entrare. Questo è il simbolo dell’iniziazione. Quando dunque Set fu nel paradiso, trovò che l’albero della conoscenza e l’albero della vita erano strettamente intrecciati tra loro. L’arcangelo Michele, che stava davanti a Dio, gli concedette di prendere tre semi di questo albero intrecciato. Questo albero accenna profeticamente all’avvenire dell’umanità: quando tutta quanta l’umanità sarà iniziata, quando avrà conseguito la conoscenza, allora ci sarà ormai solo l’albero della vita, e la morte non esisterà più. Per il momento, però, solo all’iniziato è lecito prendere da quest’albero tre semi, i tre granelli che significano i tre elementi superiori dell’uomo. Alla morte di Adamo, Set gli mise nella bocca quei tre granelli, e da essi germogliò un roveto ardente che aveva una virtù speciale: dal legno che se ne tagliava, germogliavano sempre gemme nuove e verdi foglie. Ma nel roveto ardente stava scritto: Io sono colui che fu, colui che è, colui che sarà. Ossia ciò che attraversa tutte le incarnazioni, la forza dell’uomo che sempre si rinnova e diviene, dell’uomo che dalla luce discende nelle tenebre, e dalle tenebre ascende alla luce.
La verga con cui Mosè compì i suoi miracoli è intagliata nel legno del roveto. La porta del tempio di Salomone è fatta con quello stesso legno, che fu trasportato nelle acque dello stagno di Bethsda, che ne ricevette la virtù di cui la leggenda ci narra. E del medesimo legno è fatta la croce del Cristo Gesù, quella croce che ci mostra che la vita convertita in morte ha in sé la forza di generare nuova vita. Nella croce ci sta davanti il simbolo stesso del mondo: la vita che vince la morte. Il legno di questa croce è germogliato dai tre semi dell’albero del paradiso. Anche nella rosacroce è espresso questo simbolo, è espressa la morte di ciò che nell’uomo è inferiore, e il risveglio, che ne deriva, dell’uomo superiore; è espresso quello che Goethe coniò poeticamente nelle parole:
E fino a tanto che non sei padrone
di questa verità: muori e diventa!
non sei che un offuscato ospite sopra
l’oscura terra.
Qual mirabile rapporto fra l’albero del paradiso e il legno della croce! Anche se la croce è un simbolo pasquale, essa ci svela il segreto per immergerci nell’atmosfera natalizia. Sentiamo così l’idea del Cristo fluire in noi, nella notte della natività, come una nuova sorgente di vita. Le vivide rose che adornano l’albero di Natale ci dicono che se anche esso non è ancora diventato legno della croce, la forza necessaria per diventarlo comincia e ricevere a Natale il primo impulso all’ascesa. Le rose, che germogliano dal verde, sono un simbolo dell’imperituro che si genera dall’effimero.
Oltre alle rose, sette altri simboli sono atti ad ornare l’albero natalizio:
il quadrato, simbolo della tetrade umana: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’io.
Il triangolo, simbolo del sè spirituale, per lo spirito vitale e per l’uomo spirituale.
Più sopra, il simbolo del tarocco. Quelli che erano iniziati nei misteri egizi sapevano interpretarlo. E sapevano anche leggere il Libro dei morti, che constava di settantotto fogli, nei quali erano scritti tutti i segreti del cosmo, dal principio alla fine, dall’alpha all’omega; i quali si potevano leggere, se si riusciva a connetterli e a combinarli fra loro nel modo giusto. Il libro dei morti conteneva i simboli della vita, che nella morte si estingue, per risorgere poi a nuova vita. Chi era in grado di connettere fra loro nel modo giusto i suoi numeri e i suoi simboli, riusciva a leggerlo. E questa saggezza riposta nei numeri e nei simboli, è stata tramandata fin da tempi primordiali. Ancora nel medio evo essa era tenuta in gran conto; oggi però non ce ne rimane che ben poco.
Troviamo poi il segno del tao, quel segno che ci ricorda la pia religiosità dei nostri lontani antenati, il segno che deriva dalla parola tao. Prima ancora che esistesse la civiltà europea, asiatica, africana, quei nostri lontani antenati dimoravano nell’Atlantide, che poi fu sommersa dalle acque del diluvio. Nelle leggende germaniche è ancora vivo il ricordo di questo continente ora sommerso; ne parla il mito dei Nibelunghi (dal tedesco Nibelheim ossia paese della nebbia). L’Atlantide non era circondata da un’atmosfera di aria pura. Grandi e possenti masse di nebbia avviluppavano il continente, in modo simile a come oggi, in alta montagna si è avvolti da nuvole e banchi di nebbia. Il Sole e la Luna non apparivano chiari in cielo; erano circondati dall’arcobaleno, dall’iride sacra. L’uomo di allora comprendeva ancora il linguaggio della natura. Ciò che oggi parla all’uomo nello scrosciare delle onde, nel mormorio del vento, nel fruscio delle fronde, nello strepitio del tuono, senza esserne ormai più compreso, tutto ciò allora gli era comprensibile. Gli uomini sentivano in ogni luogo che qualcosa parlava loro. Nel linguaggio delle nuvole, dell’acqua, delle fronde e del vento, risuonava loro una parola: tao (questo sono io). L’Atlantide la udiva e la comprendeva. Il tao pervadeva il mondo intero.
In fine, dalla cima dell’albero di Natale, ci saluta, per cosi’ dire, il pentagramma ossia tutto ciò che, in quanto uomo, pervade l’universo. Qui non è il caso di soffermarci sul senso recondito di questo pentagramma. Possiamo però dire che esso ci appare come la stella dell’umanità, dell’umanità in continua evoluzione. E’ la stella che tutti i savi seguono, come la seguirono in un remoto passato i savi sacerdoti. E’ il senso stesso della Terra, che nasce nella notte sacra del Natale, quando la somma luce irraggia dalle più profonde tenebre. L’uomo si trova ora in una condizione, per cui la luce deve generarsi in lui; per cui una parola significativa deve lasciare il posto ad un’altra parola. Non si dovrà più ora dire che le tenebre non comprendono la luce; bensì, nello spazio universale, dovranno risuonare, come una verità, queste parole: al cospetto della luce che si irraggia dalla stella dell’umanità, le tenebre si ritraggono e comprendono la luce. Queste parole ci devono risuonare nella festa del Natale. Da esse deve risplenderci la luce spirituale. Celebriamo dunque il Natale come la festa del sommo ideale dell’umanità, e suscitiamo nell’anima nostra questa fiducia gioiosa: sì, anch’io sperimenterò in me stesso quella che dobbiamo chiamare la nascita dell’uomo superiore; anche in me avrà luogo la nascita del Salvatore, la nascita del Cristo.
(Rudolf Steiner)
venerdì 12 dicembre 2008
Al via il corso di Antroposofia!

Si terrà domani e domenica 14 il primo dei sette weekend del corso introduttivo all'antroposofia “Verso un sano sviluppo dell'essere umano: antropologia e corrispondenze”, organizzato dall'associazione culturale Nemesi. Nel corso del primo incontro verrà presentato il percorso di studio, i partecipanti verranno introdotti alla vita e agli insegnamenti di Rudolf Steiner (foto). Il corso, per il quale il ministero della Salute ha riconosciuto crediti formativi, si terrà a Cagliari, nella sede dell'Ordine dei Farmacisti in via Alghero 29. Le date degli appuntamenti successivi sono 17 - 18 gennaio 2009, 14 - 15 febbraio, 21 - 22 marzo, 18 - 19 aprile e 16 - 17 maggio, 30-31 maggio. Orari: sabato 15.00 - 19.00 e domenica 9.00 - 13.00. Info e iscrizioni www.accademiadellaconoscenza.org
(da pagina 53 de l'Unione Sarda)
lunedì 8 dicembre 2008
Annuncio
(video di Matia)
Iglesias
Centro storico
Annunciazione a piedi scalzi
Martedì 09 dicembre 2008
Vedi le foto A piedi scalzi sui lastricati gelidi delle vie del centro. Ieri erano tre figuranti, tra qualche settimana saranno in trecento ad animare il presepe vivente. La prima uscita ufficiale, quella programmata nell'ambito delle manifestazioni natalizia, era prevista per sabato prossimo.
Ieri c'è stata un curiosa anteprima con l'Annunciazione, ideata e voluta da Pino Giampà, insegnante, artista e performer. Tre ragazzi hanno portato in strada un presepe itinerante. Sono partiti da piazza Municipio poi hanno attraversato via Nuova, via Commercio e via Cagliari. «Sono vestiti con abiti poveri - spiega Pino Giampà - e soprattutto questa iniziativa non costa niente». La provocazione però funziona. Gli iglesienti per qualche istante lasciano perdere lo shopping e guardano i tre ragazzi che sfilano nelle strade del centro storico. Tutti notano i piedi scalzi. Vedere quei giovani senza scarpe fa un certo effetto, soprattutto quando il clima consiglia giacconi pesanti e scarponi invernali.
«Il prossimo appuntamento è per sabato prossimo - conclude Pino Giampà - poi alla vigilia di Natale ci sara il grande presepe vivente con i ragazzi e trecento figuranti dei gruppi medievali di Iglesias». (f. p)
(articolo tratto da
l'Unione Sarda)
Imaginario:
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martedì 30 settembre 2008
CHERIMUS: la Sardegna é un isola?

CHI SONO?
CHERIMUS persegue la finalità di integrare territorio e arte contemporanea. L'associazione, radicata nel Sulcis Iglesiente, si propone di promuovere l'incontro con artisti che operano nella scena internazionale, al fine di arricchirsi delle reciproche esperienze e differenze. Crediamo che la Sardegna, aprendo i propri confini culturali al dibattito internazionale, possa valorizzare la propria identità e offrirsi al mondo come una terra che ha ancora molto da proporre.
Cherimus è una parola sarda che in italiano significa "vogliamo".
(Grazie ad Emiliana Sabiu!)
Imaginario:
IMAGINARY MUSEUM OF CONTEMPORARY ART,
prospettive,
questions,
segni,
zoom
sabato 23 agosto 2008
lunedì 30 giugno 2008
La magia degli occhi



“…la percezione e la rappresentazione degli occhi.
‘E immediatamente evidente che gli occhi reali non possono essere riprodotti attraverso le immagini. Gli occhi che vedono sono in costante movimento, le pupille si espandono e si contraggono, il colore tende a cambiare con la luce, l’umidità varia; anche le palpebre e i contorni modificano incessantemente l’aspetto dell’occhio.
Senza questa influenza, l’”arte” del trucco non sarebbe mai nata. Il contesto trasforma l’aspetto dell’occhio, anche se è quasi impossibile prevedere in anticipo la natura di tale trasformazione. Esperienza, tradizione e un processo di tentativi ed errori contribuiscono a indicare all’esperto di trucco i mezzi per creare l’”aspetto gentile”.[fig.107]. Nel vederlo, lo riconosciamo perché le corde della nostra risposta sono state toccate nel modo giusto, ma ciò che percepiamo è il significato, non i mezzi.
Questa reazione immediata è talmente preponderante che risulta avvilente scoprire quanto sia difficile rispondere a domande specifiche sulla forma e l’aspetto dell’occhio umano. Naturalmente, tale difficoltà non sarà sentita dagli oftalmologi, né dagli artisti formatisi alla maniera tradizionale, ma la maggior parte di noi esiterà di fronte alla richiesta di disegnare una sezione orizzontale della testa (fig. 108) all’altezza dell’attaccatura del naso, indicando la conformazione esatta delle orbite. Emerge allora che abbiamo nella nostra mente una immagine schematica della posizione degli occhi quando essi sono visti frontalmente e un’altra, meno accurata, del loro profilo, ma per la maggior parte delle persone è difficile visualizzare con precisione il passaggio da una visione all’altra, benché sia un’esperienza che facciamo costantemente. Confesso di dover toccare gli angoli dei miei occhi per essere pienamente consapevole del loro rapporto spaziale.
Questa tendenza a ricercare il significato anziché a registrare l’aspetto reale del mondo è stato un tema costante degli educatori artistici che intendano modificare il nostro atteggiamento. Non negherei neanche per un momento che scoprire il vero aspetto delle cose imparando a disegnare o studiando arte possa essere un’esperienza eccitante e liberatoria, ma sono incline a mettere in discussione l’assunto che la ricerca del significato sia semplicemente una forma di pigrizia mentale. Non saremmo in grado di operare in assenza di questo principio vitale che Bartlett chiamava “la tensione verso il significato”.
Io ritengo che questo principio faccia parte del nostro retaggio biologico. Non sappiamo se la nostra reazione agli occhi sia innata (come sospetto) o appresa attraverso una sorta di imprinting precoce, ma è evidente che la capacità di riconoscere gli occhi, e persino la direzione dello sguardo dei nostri simili è di grande utilità per la sopravvivenza. ‘E essenziale saper quando e come veniamo guardati per rispondere adeguatamente alla minaccia o all’invito di un’altra creatura. […] questa vantaggiosa consapevolezza ha portato anche altre specie a reagire alla configurazione standard di due occhi, che potrebbe servire come segnale di avvertimento della presenza di un predatore in agguato. Ciò spiegherebbe la frequenza con cui certe falene hanno ali segnate da “occhi”, il che sembra dissuadere gli uccelli dall’avvicinarsi. Quando tali segni sono artificialmente offuscati, le falene vengono più spesso divorate dai predatori.
Nemmeno chi non è comportamentista si azzarderebbe a dire che i segni sulle ali hanno prodotto una illusione negli uccelli, se per illusione intendiamo uno stato di coscienza o una falsa credenza. Molto probabilmente, l’uccello viene stimolato a reagire senza la possibilità di una riflessione conscia. Ma proprio questo è il punto: la reazione precede la riflessione, sia dal punto di vista filogenetico sia da quello psicologico. Ciò che ci distingue dagli animali non è l’assenza di risposte automatiche, ma la capacità di investigarle e sperimentarle.
Ho fatto ricorso a questo metodo nella Storia dell’arte, dove chiedevo al lettore di disegnare su un foglio un volto senza occhi e osservare poi la sensazione di sollievo che si prova quando si aggiungono, in un secondo momento, due puntini che gli permettano di guardarci. Quando ho scritto questo libro, non conoscevo ancora tutto il peso dei dati antropologici che mostrano la forza e l’immediatezza di questo tipo di reazione. Nello Sri Lanka l’atto di dotare di occhi una statua del Buddha è vincolato da una serie di tabù, perché si ritiene che nel dipingere gli occhi l’artigiano infonda vita nell’effige. L’effetto suscita un timore reverenziale, al punto che neanche allo stesso artigiano è consentito di guardare mentre questa trasformazione miracolosa ha luogo. Egli dipinge gli occhi stando di spalle rispetto alla statua e controlla l’operazione in uno specchio; a nessun altro è permesso di assistere alla cerimonia. Una volta terminato l’atto sacro, l’artigiano deve purificarsi e, se omette queste precauzioni, si esporrà a sanzioni sovrannaturali. Richard F.Gombrich, a cui devo questo resoconto, sottolinea la paradossalità della situazione. Qualunque buddista sa che il Buddha è entrato nel Nirvana e si è perciò liberato dalla ruota dell’esistenza. Razionalmente, dunque, l’immagine del Buddha non può essere altro che un simulacro in grado di celebrare il ricordo del grande maestro. Ma l’uomo non è soltanto un essere razionale, e così reagirà affettivamente all’immagine come se fosse possibile guardarla negli occhi. Il rituale attesta la forza di una illusione che viene esplicitamente negata dalla dottrina cognitiva che l’accompagna.
Eppure, l’illusione non riguarda la realtà visiva, bensì il significato: gli occhi sembrano donare la vista all’effige. Ma non è esattamente questa la reazione che abbiamo quando guardiamo gli altri esseri umani? Li vediamo guardare. Anche se razionalmente sappiamo che non vi è alcuna differenza nell’aspetto esterno fra un occhio vedente e uno cieco, e che persino un occhio di vetro può ragionevolmente simulare tale aspetto, sono pronto a sostenere che è falso e non corrisponde all’esperienza il dire che qualunque occhio appaia come un globo vitreo. Compito dell’artista non è dunque necessariamente riprodurre un facsimile dell’occhio, ma piuttosto trovare il modo di stimolare la risposta in uno sguardo vivo.
Differenti stili hanno adottato mezzi assai diversi per risolvere questo problema, a cui spesso si aggiungono i tabù menzionati sopra. Sarebbe certamente interessante, alla luce di queste considerazioni, indagare la varietà di mezzi con cui l’occhio umano è stato reso nella storia dell’arte.
Vi sono ampie prove nella storia della scultura che documentano le difficoltà sperimentate dagli artisti nel modellare correttamente un volto a tutto tondo. Le orbite sono di frequente inserite in un viso appiattito e non mancano i profili schiacciati. Per quanto riguarda la forma dell’occhio, vi è una intera gamma di possibilità, dal semplice puntino all’occhio artificiale di un pupazzo di cera. Ciò che può sembrare strano allo storico dell’arte è fino a che punto alcune convinzioni adottate in certi periodi o da certi artisti contraddicessero l’aspetto reale. La tradizione giottesca prediligeva occhi obliqui, che sembrano quasi a mandorla; Poussin (fig. 112), invece, dava un tale risalto al contorno degli occhi che le sue figure spesso presentano lo sguardo fisso e vuoto delle statue classiche che tanto ammirava. Ci è impossibile indovinare in che modo tali deviazioni dalla realtà fossero accolte dai contemporanei degli artisti non essendo abituati a soluzioni alternative. Utilizzando l’espressione che ho riportato sopra, si potrebbe dire che abbiamo acquisito una diversa
“impostazione mentale” attraverso l’”assuefazione culturale”, per cui non reagiamo più spontaneamente alle rappresentazioni degli occhi. Proprio perché la nostra risposta non è più spontanea, vediamo questi occhi non tanto come tali quanto come forme lievemente strane sulla tela. […] la scoperta della possibilità di aggiungere un lampo di luce all’occhio facendolo brillare accrebbe la forza d’attrazione dell’immagine. […] il metodo più stupefacente è quello escogitato dallo scultore settecentesco Houdon. Il marmo è naturalmente ancora meno capace dei pigmenti di imitare l’aspetto di un occhio vero; così egli ricorse all’audace espediente di inserire un pezzo di pietra sporgente per rappresentare il lampo dell’occhio. (fig. 115). […] Quanto più un maestro riesce a convincerci che l’immagine ci guarda, tanto più è improbabile che ci rendiamo conto di cosa effettivamente componga l’immagine stessa. L’artista ha trasformato l’immagine in una presenza vivente.
Potremmo dire che gli occhi sembrano reali, sebbene gli occhi reali non somiglino affatto alle relative rappresentazioni. Sono consapevole del fatto che, sul piano logico, questa proposizione è assurda. Se a è uguale a b, anche b deve essere uguale ad a. Altrove ho sostenuto però che questa relazione simmetrica non descrive ciò che percepiamo come somiglianza nell’arte. Mi sono spinto oltre col suggerire la seguente formulazione: il mondo non somiglia a una rappresentazione, ma quest’ ultima può somigliare al mondo. La parola chiave è, naturalmente, “somiglianza”. A mio avviso, siamo meno consapevoli dell’aspetto delle cose che della nostra risposta ad esse. Se certe configurazioni percettive possono davvero “innescare” specifiche reazioni perché ciò fa parte della nostra eredità biologica, è chiaro che tali reazioni sono adeguate alla sopravvivenza nel mondo reale, non alla contemplazione delle immagini. Se ho ragione a sostenere che anche sotto questo aspetto siamo più affini agli animali di quanto il nostro orgoglio sia disposto ad ammettere, ciò porta a supporre che, proprio come gli animali, non conosciamo e non abbiamo necessità di essere consapevoli dell’apparenza reale del mondo. Di primo acchitto potrebbe sembrare che una simile consapevolezza sia necessaria all’artista che voglia ottenere una configurazione alla quale l’osservatore reagisca come se fosse un aspetto della realtà. In Arte e illusione ho dimostrato che anche questa conclusione non corrisponde a verità: persino l’artista deve procedere a tentoni, per tentativi ed errori, fin quando non scopre la configurazione che produce la risposta desiderata.
Tale risposta non è necessariamente visiva, ma, chiaramente, può esserlo. Non è difficile convincersi che vediamo più cose nell’immagine dell’occhio che è sulla tela di quante ve ne siano nelle pennellate dell’artista. In altri termini, la risposta al significato indirizza la nostra proiezione, e noi crediamo di vedere forme e colori che in effetti non sono presenti…”. (Sentieri verso l’arte. I testi chiave di Ernst H. Gombrich. E.H.Gombrich- Leonardo Arte, Milano, 1997.)
venerdì 23 maggio 2008
venerdì 9 maggio 2008
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