Visualizzazione post con etichetta c'era una volta.... Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta c'era una volta.... Mostra tutti i post

mercoledì 26 agosto 2009

In fine...(post-patetico)


















Come é accaduto?
Da quando ti dissi: mi senti?
Da quando ti sei voluto perdere.

Così, come tutti i cercatori d'oro.

Ma il cammino non si é ancora illuminato e c'é ancora da percorrere.
Sotto cieli stellati.

Scalzi, con nuove scarpe, tra gli abbracci disponibili di streghe e sirene, soli.

Restano alcune tracce di una lavagna. Di tutta una vita.
Più precisamente le metà. 21 anni, nei quali ce ne stanno 11 appena compiuti.
Resta l'amore.
Resta l'offesa.

Ora la vita ci chiede di trasformare.
Ci chiede una trasformazione "artistica", poichè siamo creature e creatori.
La forma sta cambiando: la sostanza é veglia di lacrime, sudore, sangue.
Come morte e nascita.

Vita nuova che porta luce e coraggio.
Anche sui doppi e molteplici inganni.

Ci accompagnino le ali invisibili degli angeli necessari.
Ci ricordino della nostra natura umana, vestita di maschere cupe.

Sperando che l'antico debito non sia troppo oneroso...












lunedì 6 luglio 2009

Heal the world


Grazie Michael Jackson !

“Heal the World” era la canzone di cui Michael Jackson andava più fiero. Inserita nell’album “Dangerous”, pubblicato nel 1991, questa canzone ha dato i natali alla Heal The World Foundation che aveva come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita dei bambini. Ora l’associazione non c’è più ma questa è una delle canzoni più trasmesse dalle radio nelle ultime ore.(www.musicroom.it)

Heal the world
Michael Jackson

Spoken Intro:
Think about the generations and to say we want to make it a better
world for our children and our children's children. So that they know
it's a better world for them; and think if they can make it a better place.

There's a place in your heart
And I know that it is love
And this place could be much
Brighter than tomorrow.
And if you really try
You'll find there's no need to cry
In this place you'll feel
There's no hurt or sorrow.
There are ways to get there
If you care enough for the living
Make a little space, make a better place.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
If you want to know why
There's a love that cannot lie
Love is strong
It only cares for joyful giving.
If we try we shall see
In this bliss we cannot feel
Fear or dread
We stop existing and start living
Then it feels that always
Love's enough for us growing
Make a better world, make a better world.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
And the dream we would conceived in
Will reveal a joyful face
And the world we once believed in
Will shine again in grace
Then why do we keep strangling life
Wound this earth, crucify it's soul
Though it's plain to see, this world is heavenly
Be God's glow.
We could fly so high
Let our spirits never die
In my heart I feel
You are all my brothers
Create a world with no fear
Together we'll cry happy tears
See the nations turn
Their swords into plowshares
We could really get there
If you care enough for the living
Make a little space to make a better place.
Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me.
There are people dying if you care enough for the living
Make a better place for you and for me.
Make a better place for you and for me.
You and for me Make a better place
You and for me Make a better place
You and for me Make a better place
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children
You and for me Heal the world we live in
You and for me Save it for our children.

Guarire il mondo
Michael Jackson

Introduzione parlata:
pensare alle generazioni e dire che vogliamo rendere il un mondo migliore
per i nostri bambini e i bambini dei nostri bambini. Cosi che loro sappiano
che é un mondo migliore per loro; e penso se loro possono rendere il mondo
un posto migliore.

C'é un posto nel tuo cuore
io so che é amore
e quel posto può essere molto
più luminoso di ieri
se tu provi veramente
scoprirai che non c'é bisogno di piangere
in questo posto lo sentirai
non ci sono pene ne sofferenza
ci sono modi per arrivarci
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un piccolo spazio, crea uno spazio migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
se vuoi sapere perché
c'é un amore che non può mentire
l'amore é forte
importa solo dare felicità
se proviamo vedremo
in questa gioia non possiamo sentire
paura ne timore
smettiamo di esistere e iniziamo a vivere
poi sarà per sempre
l'amore é abbastanza per farci crescere
crea un mondo migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
e il sogno che vogliamo creare
rivela una faccia felice
e il mondo in cui credevamo
si illumina ancora di grazia
allora perché continuiamo a vivere vite strozzate
ferendo la sua terra, crocifiggendo la sua anima
é evidente da vedere, questo mondo é paradisiaco
essere lo splendore di Dio
possiamo volare cosi alto
non lasciare mai morire I nostri spiriti
nel mio cuore sento che
sono tutti miei fratelli
creare un mondo senza paura
insieme piangeremo lacrime di gioia
vedere le nazioni trasformare
le loro spade in lame per aratri
possiamo davvero arrivarci
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un piccolo spazio per rendere un posto migliore
guarisci il mondo
crea un posto migliore
per te, per me e per l'umanità intera
c'é gente che sta morendo
se ti prendi cura abbastanza della vita
crea un posto migliore
per te e me
C'é gente che sta morendo, se tu credi nella vita
crea un un posto migliore per te e per me
crea un un posto migliore per te e per me
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me crea un posto migliore
per te e per me guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini
per me e per te guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per in nostri bambini
per te e per me guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini
per me e per te guarire il mondo in cui viviamo
per te e per me salvarlo per I nostri bambini

......

martedì 24 marzo 2009

"Un mare di latte": una storia indù


(la Via Lattea)

"Tanto tempo fa, prima che il mondo avesse inizio, non c'era nient' altro che un fiore di loto di un bianco purissimo, galleggiante in un mare di latte. Fra i suoi petali di seta dormiva profondamente Brahma, il creatore. A parte il fiore, però, non c'era nient' altro. A un certo punto Brahma cominciò a destarsi. Aprì gli occhi e, quando fu completamente sveglio, si accinse al compito di creare il mondo. Dalle sue lacrime nacquero la terra, l'aria e il cielo. Il suo corpo disteso diventò l'universo, il giorno e la notte, la luce e il buio, e vennero le stagioni secche e i monsoni, il fuoco, il vento e la pioggia. Dalla sua bocca uscirono capre, dai fianchi mucche, dai piedi elefanti, cammelli, cavalli e cervi. I peli del suo corpo divennero fili d'erba, radici e frutti. E infine Brahma creò i Deva e gli Asura, gli dèi della luce e del buio. Ora, il mare di latte conteneva un liquido magico detto" amrita", l'elisir della vita. Chiunque lo bevesse sarebbe vissuto per sempre. Naturalmente tanto i Deva quanto gli Asura volevano questo liquido tutto per sé. Però l'unico modo per estrarre l'amrita consisteva nel frullare il mare di latte, proprio come si fa per ottenere dal latte il burro o il formaggio, e né i Deva né gli Asura se la sentivano di fare da soli, per cui si misero d'accordo, una volta tanto, per lavorare insieme. Prima bisognava procurarsi una corda e un bastone abbastanza robusti per l'operazione. I Deva ebbero un'idea. «Come bastone per mescolare useremo questa montagna» gridarono, e tirarono giù la grande montagna, il monte Mandara, che sorgeva alta e ripida dal mare di latte. Per non essere da meno, gli Asura annunciarono: «Come corda useremo questo serpente!» ed esibirono il loro reperto: un cobra gigantesco, più lungo di qualunque serpente abbiate mai visto. In effetti non era un serpente ordinario: era Vasuki, il re dei serpenti. Gli Asura arrotolarono il cobra intorno alla montagna, spira dopo spira. Poi lo afferrarono per la testa mentre i Deva lo afferravano per la coda, e cominciarono a tirarlo avanti e indietro, avanti e indietro con tutte le loro forze. Via via che tiravano, il monte Mandara cominciò a roteare dentro le spire del serpente. Vorticava sempre più veloce, così veloce che gli alberi sparsi lungo i suoi pendii si sradicarono e presero fuoco. Per fortuna c'era nei paraggi il dio Indra, che con la pioggia delle sue grandi nuvole provvide a spegnere l'incendio. Ma anche così il pericolo non era scongiurato del tutto. La montagna era tanto pesante che cominciò a perforare la terra come un trapano, minacciando di farla a pezzetti. Allora gli dèi mandarono una tartaruga gigante a sorreggere la montagna, e la terra fu salva. Intanto il mare di latte cominciava a ribollire e spumeggiare: dapprima si formò un colossale gorgo di latte, e poi un burro densissimo. Con gli ultimi residui di energia, i Deva e gli Asura mescolarono un altro po', e dal mare di latte sorsero il sole e la luna, gemme scintillanti e mille altri tesori, e infine il tesoro più grande: un calice d'oro colmo del prezioso amrita, l'elisir dell'immortalità. Nel frattempo i grandi dèi erano rimasti a guardare con estremo interesse, decisi a farsi avanti all'ultimo momento per impedire agli Asura di bere l'amrita e diventare ancora più cattivi di quanto già non fossero. Così, non appena l'amrita sgorgò dal mare di latte, Vishnu, il conservatore, lasciò il suo punto d'osservazione sul vicino monte Meru, scese sulla terra e afferrò al volo il calice d'oro. Ma prima che avesse il tempo di metterlo al sicuro sul monte Meru, uno degli Asura, un demone di nome Rahu, gli strappò dalle mani il calice e cominciò a bere. Il sole e la luna gridarono a Vishnu: «Quello è il demone Rahu, il peggiore di tutti gli Asura! Devi farlo smettere di bere, o ci saranno sofferenze e disgrazie per tutti noi!» Veloce come un fulmine, Vishnu colpì Rahu sulla testa prima che riuscisse a bere tutto l'amrita. Il corpo morto del demone piombò giù verso la terra, mentre la testa saliva nel cielo, urlando di rabbia e digrignando i terribili denti. Non poteva morire perché l'amrita aveva già raggiunto la gola e aveva dato alla testa il dono della vita eterna. A quel punto esplose una tremenda battaglia. I Deva e gli Asura si scagliarono gli uni contro gli altri, brandendo armi fatte di lampi, montagne ardenti e frecce dalla punta di fuoco. Per due giorni e due notti infuriò la battaglia, finché gli Asura non furono costretti ad ammettere la sconfitta. Migliaia di demoni giacevano morti o moribondi; altre migliaia strisciarono via per andare a nascondersi nei pozzi della terra o nelle profondità del mare. I grandi dèi divisero equamente l'amrita con i Deva, e rimisero al suo posto il monte Mandara. L'unico Asura sopravvissuto per raccontare la storia fu la testa di Rahu, destinata per sempre a inseguire la luna, sua mortale nemica, attraverso i cieli. Lo potete vedere con i vostri occhi: ogni volta che Rahu riesce a raggiungere la luna, se l'inghiotte tutta intera ed essa svanisce dal cielo. Ben presto, però, la luna crescente scappa dalla gola di Rahu e ritorna nel cielo."
(storia indù)

giovedì 26 febbraio 2009

Norfieddu, Dea Madre e... le figure femminili





















































Ancestrale Contemporaneo,
Carnevale Iglesiente 2009

19 FEBBRAIO
PRIMA APPARIZIONE
La notte del primo giorno, le maschere del Carnevale Iglesiente, girano silenziose, come ombre fuggite al destino della contemporaneità, per le vie del centro storico.
Il loro compito è quello di catturare e liberare la popolazione iglesiente impadronendosi degli aspetti negativi manifestati durante l’inverno ( sospetto, invidia, indifferenza, testardaggine, saccenza, intrigo). Norfieddu in quanto spirito, non ancora imprigionato in un pupazzo, gira libero scatenando il panico e stimolando, per reazione, proprio quegli umori negativi che la gente si tiene ancora dentro. Ad ogni reazione negativa, le maschere catturano l’atteggiamento liberando la persona da questa negatività.

24 FEBBRAIO
SECONDA APPARIZIONE
La seconda sera vede protagonisti i personaggi-vittima, cercare sostegno per il processo che si terrà nella serata finale. Le vittime di quest’anno sono tutte donne, quattro maschere raffiguranti la quattro condizioni-stagioni della donna. Tra le vie del centro le vittime prescelte vengono attaccate dalle maschere tipiche, cariche delle negatività che hanno preso dalla popolazione. Norfieddu cercherà di difenderle, ma gli atteggiamenti negativi fanno subito strada nei cuori delle vittime ed il povero folletto, brutto e nero come la miniera, contribuisce solo ad aumentare il panico tra le donne. Solo la Dea Madre sembra consolare Norfieddu, mentre la popolazione non da alcun peso ai suoi avvertimenti, scambiandolo per un pazzo e ridendo del suo buffo movimento.

28 FEBBRAIO
PROCESSO E ROGO DI NORFIEDDU
Quest’anno il processo racconta il confronto tra il bello ed il brutto, il buono e cattivo, in una parodia grottesca giocata tra l’ancestrale ed il contemporaneo. Come sempre le sei maschere tipiche ( Suspettosu, Intragneri, Oghiànu, Indiferenti, Corriatzu e Sabiu) e le altrettante vittime di questi atteggiamenti danno vita al Processo, al corteo ed al Rogo di Norfieddu. L’inquisitore, processerà e condannerà Norfieddu reo di tutti i mali, compreso quello di aver istigato e plagiato le quattro vittime ( tzia Pipia, tzia Isposa, tzia Mamma e tzia Viuda). In realtà sono stati l’Inquisitore e le altre maschere, mentre il povero spiritello cercava di difenderle, ma questo la gente, ignara dei linguaggi, dei riti e dei significati ancestrali, non lo sa. La Dea Madre in persona protegge lo spiritello Norfieddu, sostituendolo con un pupazzo che andrà al rogo al suo posto, illudendo la gente di essersi liberata dei mali, ma soprattutto appagando lo spirito negativo delle maschere tipiche, che dopo il rogo faranno ritorno nell’inverno. In questo modo anche gli atteggiamenti negativi della popolazione ritorneranno nella normalità, senza gli eccessi manifestati in questo periodo. Lo spirito di Norfieddu ritornerà il prossimo inverno, dopo l’estate, l’autunno e con il suo spirito libero darà inizio alla primavera, alla rinascita della terra, della gente, di questa terra, di questa gente, la più bella, la più vera del Mediterraneo. Alla festa il pupazzo, alla tradizione il significato.
"Norfieddu scancioffau d'anti abbruxau" sancisce la cittá all'unisono, e se ne torna a casa a prepararsi per la Quaresima.

Pino Giampà

lunedì 23 febbraio 2009

Una fiaba per la pittura ad acquerello...



LA PRINCIPESSA CANDORE

C’era una volta un Regno, lontano lontano, sopra il monte più alto della Terra, così in alto che era completamente immerso nel cielo e più in alto non si poteva, perché le torri del castello avrebbero toccato il Sole e le stelle. Ed il Sole era così vicino che tutti i colori si erano riempiti di luce tanto da non distinguersi più l’uno dall’altro.

Là viveva una principessa bellissima; era luminosa e raggiante, come tutte le cose e gli abitanti di quel regno. Per questo il re alla sua nascita l’aveva chiamata “Candore” e le aveva posto sul capo una coroncina di diamanti. Tutto in lei risplendeva della luce più chiara e più pura: la sua pelle era bianca, come fiocchi di neve ed i suoi capelli erano fini, come fili di seta e d’argento. La regina allora le cucì un abito, tessuto con lana di nuvola e ricamato con piccole perle.

La principessa aveva per compagna una colomba: anch’essa era tutta bianca e, con i suoi dolci canti, sapeva raccontarle molte storie. Quelle che la principessa preferiva narravano dei mille colori che avvolgevano le cose della terra sotto il monte, dove ogni giorno la colomba scendeva.
Il vento guidava le sue piumose ali ed essa sorvolava i mari e le valli. Quando era stanca, si posava per ristorarsi e per scegliere piccoli doni da portare alla principessa Candore. Erano innumerevoli i viaggi che compiva, poiché si era accorta che i suoi canti rendevano più lieta la fanciulla. Viaggiò così spesso, che le sue zampette, toccando il suolo, ed il becco, che portava i doni, si erano tinti di un caldo colore arancio.
La principessa infatti non poteva scendere fin là, poiché così bianca e lucente com’era, nessuno avrebbe potuto avvicinarla senza restarne abbagliato.

Di ritorno da uno dei suoi viaggi, un giorno la colomba portò in dono un rametto di pesco, appena fiorito.
La fanciulla, che cresceva e diveniva ogni giorno più bella, quando lo prese tra le dita, subito se ne innamorò e guardando quei delicati fiori, le nacque nel cuore- per la prima volta -un desiderio:
- Oh, se la mia pelle fosse rosea come i tuoi petali! Oh, se queste tenere foglie potessero verdeggiare dove poso il mio piede!-
In quel regno così vicino al cielo e alle stelle, i desideri del cuore molto spesso divenivano realtà: ecco dunque comparire sulle bianche gote della principessa un bel colorito vivace ed anche il prato dove essa camminava diventò tutto verde !
-Vola ancora, cara colombella, fammi un altro dono, te ne prego.- disse la principessa alla sua amica, ed essa partì.
Di ritorno la colomba, che si era riposata sulle sabbiose rive dell’oceano, le portò in dono un pezzetto di rosso corallo e due gocce di azzurro mare.
-Oh, che fervido e magnifico colore avvolge questo corallo! E quali profondità si celano nelle azzurre trasparenze di quest’acqua! Come vorrei…. -
Ma non riuscì ad esprimere completamente tutto il suo stupore, che già, tra le parole, le labbra si tingevano di rosso ed i suoi occhi di azzurro e potevano finalmente vedere ora il cielo sfumato di blu.
Quella sera la principessa si addormentò presto, felice e gioiosa come non era mai stata, e fece lunghi sogni, tutti colorati.

- Colombella, è già mattino! Vola veloce e lontano e portami ancora un altro dono!-
Fu questa la prima frase che disse al suo risveglio alla sua amica, e l’attesa del ritorno le fece conoscere l’impazienza.
Nella valle la primavera era già molto avanti e nei campi gli uomini e le donne lavoravano per falciare le messi. La colomba trovò facilmente di che ristorarsi e, scelti i piccoli doni, ripartì verso il candido regno. Nel becco portava una spiga di grano d’orato ed un rametto di odorosa lavanda.
-Chicchi di sole raggiante mi hai portato, colombella mia cara! Ed insieme a questo delicato profumo violetto si intrecciano ricordi e speranze! -
E mentre diceva queste parole, si mise la spiga tra i capelli, che iniziarono a biondeggiare e a trattenere i raggi del sole, ed il rametto, che aveva posato sul suo grembo, le tinse di violetto il bel vestito.

-Colombella mia cara, ora và ancora, portami un ultimo dono, affinchè io possa desiderare qualcosa per il mio regno!

La colomba volò a lungo questa volta, perché non riusciva a riconoscere quale fosse il dono più adatto. Si lasciò trasportare dai venti, le sue ali non si opposero alle tempeste, finchè, ritornate brezze di sereno, vide qualcosa di immenso che balenò nel cielo, come se un magico arco avesse scoccato una freccia per descriverne l’ampia curva. Trovata la colorata freccia la prese nel becco per tornare là, dove era attesa.

-Grazie colombella cara, questo è tra i doni il più generoso.
Porgerò dunque questa freccia magica al mio valoroso arciere: egli per sette volte la scoccherà dalla torre più alta, ed ogni colore, con il suo splendore, finalmente avvolgerà tutto il reame, e tutti insieme nella loro armonia ci farnno ascoltare i cori degli angeli.




(Laura della Gatta)

martedì 27 gennaio 2009

La panchina dell'ottuagenario





















“[…]Io, vedete, se avessi rilevato ogni mia regola morale dalla dottrina, sarei rimasto un gran birbaccione; e se cito me non è né par ammenda, né per orgoglio; è per recare in mezzo un fatto del quale non possiate dubitare. Letta poi che abbiate questa vita, e qualunque sieno le vostre opinioni, dovete confessare che, se non ho fatto molto bene, potevo operare molto maggior male. Ora del male che non operai, tutto il merito ne viene a quel freno invincibile della coscienza, che mi trattenne anche dopo che cessai di credermi obbligato a certe formule. Il fatto era che non credevo più, ma sentivo sempre di dover fare a quel modo; e poco cristiano alle parole, lo ero poi scrupolosamente nei fatti in tutte quelle infinite circostanze nelle quali la moralità cristiana concorda colla naturale. Se voi mi proverete che diventando usuraio, spergiuro, venale, assassino io sarei stato più utile alla società, consentirò allora con voi che sia perfettamente inutile dare un appoggio filosofico ed assoluto anche ai precetti morali della religione. Senzachè, colla lettera del testo si può giocare di scherma, e stabilire contr’essi la battaglia ordinata della casuistica; ma coi sentimenti, eh maestri miei, non v’ha scherma o casuistica che tenga! Se si opera a ritroso ne siamo tosto puniti dai rimorsi, che sono forse meno formidabili ma più presenti dell’inferno.[…]”

(da “Le confessioni di un ottuagenario”, I. Nievo)

giovedì 25 dicembre 2008

BUON NATALE!

Gregorian Chant , et lux in tenebris...

L’ispirazione dei sentimenti
si rende magica forza d’amore,
se nell’azione di quei momenti
la conoscenza muta il dolore.
Nell’immersione dentro se stessi
si schiude l’adito alla Natura
e nell’incontro umano quei nessi
che ci congiungon son aria pura.
E quel respiro di veri affetti
diventa lievito angelicale,
fermento vivo che in cuore metti
per elevarti all’imaginale.
Ecco l’anelito, ecco i diletti,
è il figlio nuovo, nuovo Natale.

(Giancarlo Cimino)

sabato 20 dicembre 2008

L'albero cosmico



Simboli natalizi
(Da una conferenza tenuta da Rudolf Steiner a Berlino il 17 dicembre 1906)

[…]Così, nel significato della festa del Natale, noi sentiamo un’eco delle feste più antiche dell’umanità. E questa eco ci è tramandata particolarmente nella sfumatura del rito cristiano. Nei suoi simboli noi ritroviamo le immagini simboliche dell’umanità più antica. Anche l’albero, coi suoi lumini, è uno di questi simboli. E’ il simbolo dell’albero del paradiso. Il paradiso rappresenta l’insieme della natura materiale. In essa, la rappresentazione della natura spirituale è data dall’albero della conoscenza e dall’albero della vita. C’è una leggenda che rende mirabilmente il significato dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. Set sta davanti alla porta del paradiso e chiede di entrare. Il cherubino che sta a guardia dell’ingresso lo fa entrare. Questo è il simbolo dell’iniziazione. Quando dunque Set fu nel paradiso, trovò che l’albero della conoscenza e l’albero della vita erano strettamente intrecciati tra loro. L’arcangelo Michele, che stava davanti a Dio, gli concedette di prendere tre semi di questo albero intrecciato. Questo albero accenna profeticamente all’avvenire dell’umanità: quando tutta quanta l’umanità sarà iniziata, quando avrà conseguito la conoscenza, allora ci sarà ormai solo l’albero della vita, e la morte non esisterà più. Per il momento, però, solo all’iniziato è lecito prendere da quest’albero tre semi, i tre granelli che significano i tre elementi superiori dell’uomo. Alla morte di Adamo, Set gli mise nella bocca quei tre granelli, e da essi germogliò un roveto ardente che aveva una virtù speciale: dal legno che se ne tagliava, germogliavano sempre gemme nuove e verdi foglie. Ma nel roveto ardente stava scritto: Io sono colui che fu, colui che è, colui che sarà. Ossia ciò che attraversa tutte le incarnazioni, la forza dell’uomo che sempre si rinnova e diviene, dell’uomo che dalla luce discende nelle tenebre, e dalle tenebre ascende alla luce.
La verga con cui Mosè compì i suoi miracoli è intagliata nel legno del roveto. La porta del tempio di Salomone è fatta con quello stesso legno, che fu trasportato nelle acque dello stagno di Bethsda, che ne ricevette la virtù di cui la leggenda ci narra. E del medesimo legno è fatta la croce del Cristo Gesù, quella croce che ci mostra che la vita convertita in morte ha in sé la forza di generare nuova vita. Nella croce ci sta davanti il simbolo stesso del mondo: la vita che vince la morte. Il legno di questa croce è germogliato dai tre semi dell’albero del paradiso. Anche nella rosacroce è espresso questo simbolo, è espressa la morte di ciò che nell’uomo è inferiore, e il risveglio, che ne deriva, dell’uomo superiore; è espresso quello che Goethe coniò poeticamente nelle parole:

E fino a tanto che non sei padrone
di questa verità: muori e diventa!
non sei che un offuscato ospite sopra
l’oscura terra.

Qual mirabile rapporto fra l’albero del paradiso e il legno della croce! Anche se la croce è un simbolo pasquale, essa ci svela il segreto per immergerci nell’atmosfera natalizia. Sentiamo così l’idea del Cristo fluire in noi, nella notte della natività, come una nuova sorgente di vita. Le vivide rose che adornano l’albero di Natale ci dicono che se anche esso non è ancora diventato legno della croce, la forza necessaria per diventarlo comincia e ricevere a Natale il primo impulso all’ascesa. Le rose, che germogliano dal verde, sono un simbolo dell’imperituro che si genera dall’effimero.
Oltre alle rose, sette altri simboli sono atti ad ornare l’albero natalizio:
il quadrato, simbolo della tetrade umana: il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’io.
Il triangolo, simbolo del sè spirituale, per lo spirito vitale e per l’uomo spirituale.
Più sopra, il simbolo del tarocco. Quelli che erano iniziati nei misteri egizi sapevano interpretarlo. E sapevano anche leggere il Libro dei morti, che constava di settantotto fogli, nei quali erano scritti tutti i segreti del cosmo, dal principio alla fine, dall’alpha all’omega; i quali si potevano leggere, se si riusciva a connetterli e a combinarli fra loro nel modo giusto. Il libro dei morti conteneva i simboli della vita, che nella morte si estingue, per risorgere poi a nuova vita. Chi era in grado di connettere fra loro nel modo giusto i suoi numeri e i suoi simboli, riusciva a leggerlo. E questa saggezza riposta nei numeri e nei simboli, è stata tramandata fin da tempi primordiali. Ancora nel medio evo essa era tenuta in gran conto; oggi però non ce ne rimane che ben poco.
Troviamo poi il segno del tao, quel segno che ci ricorda la pia religiosità dei nostri lontani antenati, il segno che deriva dalla parola tao. Prima ancora che esistesse la civiltà europea, asiatica, africana, quei nostri lontani antenati dimoravano nell’Atlantide, che poi fu sommersa dalle acque del diluvio. Nelle leggende germaniche è ancora vivo il ricordo di questo continente ora sommerso; ne parla il mito dei Nibelunghi (dal tedesco Nibelheim ossia paese della nebbia). L’Atlantide non era circondata da un’atmosfera di aria pura. Grandi e possenti masse di nebbia avviluppavano il continente, in modo simile a come oggi, in alta montagna si è avvolti da nuvole e banchi di nebbia. Il Sole e la Luna non apparivano chiari in cielo; erano circondati dall’arcobaleno, dall’iride sacra. L’uomo di allora comprendeva ancora il linguaggio della natura. Ciò che oggi parla all’uomo nello scrosciare delle onde, nel mormorio del vento, nel fruscio delle fronde, nello strepitio del tuono, senza esserne ormai più compreso, tutto ciò allora gli era comprensibile. Gli uomini sentivano in ogni luogo che qualcosa parlava loro. Nel linguaggio delle nuvole, dell’acqua, delle fronde e del vento, risuonava loro una parola: tao (questo sono io). L’Atlantide la udiva e la comprendeva. Il tao pervadeva il mondo intero.
In fine, dalla cima dell’albero di Natale, ci saluta, per cosi’ dire, il pentagramma ossia tutto ciò che, in quanto uomo, pervade l’universo. Qui non è il caso di soffermarci sul senso recondito di questo pentagramma. Possiamo però dire che esso ci appare come la stella dell’umanità, dell’umanità in continua evoluzione. E’ la stella che tutti i savi seguono, come la seguirono in un remoto passato i savi sacerdoti. E’ il senso stesso della Terra, che nasce nella notte sacra del Natale, quando la somma luce irraggia dalle più profonde tenebre. L’uomo si trova ora in una condizione, per cui la luce deve generarsi in lui; per cui una parola significativa deve lasciare il posto ad un’altra parola. Non si dovrà più ora dire che le tenebre non comprendono la luce; bensì, nello spazio universale, dovranno risuonare, come una verità, queste parole: al cospetto della luce che si irraggia dalla stella dell’umanità, le tenebre si ritraggono e comprendono la luce. Queste parole ci devono risuonare nella festa del Natale. Da esse deve risplenderci la luce spirituale. Celebriamo dunque il Natale come la festa del sommo ideale dell’umanità, e suscitiamo nell’anima nostra questa fiducia gioiosa: sì, anch’io sperimenterò in me stesso quella che dobbiamo chiamare la nascita dell’uomo superiore; anche in me avrà luogo la nascita del Salvatore, la nascita del Cristo.

(Rudolf Steiner)

martedì 30 settembre 2008

"La storia delle cose" in 3 video di Annie leonard

Parte 1)


Parte2)


Parte3)

domenica 20 luglio 2008

Fatti cento passi...come Pinocchio


"...con quanta coerenza, con quanto equilibrio risulta costruito il racconto delle Avventure di Pinocchio! Fatti cento passi incontra la Volpe e il Gatto, fatti altri cento passi trova la casa. Cento passi verso il confronto col male, cento passi per l'acquisizione del bene."Una bella capanna di paglia, col tetto coperto di embrici e di mattoni". Un tetto, una copertura come guscio minerale, come un cranio che racchiude un cervello, l'organo del pensiero; e le pareti di paglia, di natura vegetale come le pareti del torace, atte ad accogliere gli organi del respiro e della circolazione: polmoni e cuore, organi del sentimento. Sappiamo dalla Scienza dello Spirito che la vita animica cosciente ha origine dal fatto che dal cuore verso la testa si dirige una corrente astrale; là, nella testa, viene però trattenuta dal cervello e rispecchiata, riflessa. In quella casa, dunque, si svolge la vita della coscienza. Ed é nota la voce della coscienza quella che risponde a Pinocchio che bussa alla porta, chiedendo asilo "per un povero babbo e un povero figliolo, senza pane e senza tetto". "Beati i mendicanti dello spirito, perché di essi é il regno dei cieli".
La casa é il ricovero e il tempio. Come fatto iniziatico, 'trovarsi una casa' significa trovare il centro del mondo, crearsi un'immagine dell'universo, una concezione del mondo e della vita, per viverci dentro con la sicurezza della verità. Beati coloro che vanno alla ricerca dello spirito, ossia, di questa casa e di questo pane, di questo alimento spirituale per eccellenza, ricercato e trovato nell'ambiente adeguato che ne dispone. "Girate la chiave e la porta si aprirà"Sul piano esoterico ‘possedere la chiave’ significa essere stato iniziato. Chi ha la chiave è capo, è maestroiniziatore, è colui che ha la facoltà di decidere e la relativa responsabilità. Iniziazione o discriminazione, apertura o chiusura. Pinocchio ha dimostrato ormai di aver meritato il possesso della chiave e la possibilità di aprire o chiudere la porta. Anche la porta ha significato di luogo di passaggio da una condizione ad un’altra. Le chiavi del Tempio di Giano, nell’antica Roma, e la porta del Tempio di Giano: janua, per l’appunto. Janua coeli, è un accesso alla rivelazione. “Christus, janua vera”. “Io sono la porta. Chi per me passerà sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascoli”(Giovanni, X)...." (PINOCCHIO un Messaggio Iniziatico, Marcello Carosi, Edizioni Mediterranee, Roma,2001)

giovedì 10 luglio 2008

La consegna

giovedì 3 luglio 2008

Un ometto strano



Che cos è un vagabondo?
È un ometto giramondo.
Senza un soldo nel taschino
trova sempre il suo panino.

Gira qua, gira là
tutto il mondo lui vedrà,
gira qua, gira là
tutto il mondo lui vedrà.

E' un ometto molto strano,
scarpe rotte e flauto in mano.
Porta un fiore sul cappello
che mantiene fresco e bello.

Gira qua, , gira là
tutto il mondo lui vedrà,
gira qua, gira là
tutto il mondo lui vedrà.

martedì 24 giugno 2008

Shangri-La


è il nome di un luogo immaginario descritto nel romanzo "Orizzonte perduto", scritto da James Hilton nel 1933.
In esso si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzato come una comunità lama,(professante però, non il buddhismo ma il Cristianesimo nestoriano) perfetta, dalla quale erano bandite, non a nome di legge, ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e via discorrendo), un eden materiale e spirituale dove l'occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte.
Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu inspirata dal mito, e così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo da gruppi musicali e teosofi, ma anche da molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio tibetano di Diqing.
Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, dicono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel libro, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come "Aksai Chin", comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Soda Plains, quindi una regione tra le più inospitali del pianeta e delle meno abitate, presso l'attuale confine indo - cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m.
Nel 2001 il governo cinese ha dichiarato Zhongdian, nella regione di Yunnan, che confina col Tibet, la vera Shangri-La. Nelle vicinanza c'è il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama.

mercoledì 4 giugno 2008

desidera?



Aladino
(un racconto arabo)

Aladino era un ragazzo che abitava in una città della lontana Arabia, e che non aveva una gran voglia di lavorare.
Anzi, non ne aveva nessunissima voglia. Inutilmente suo padre, che faceva il sarto, lo rimproverava, lo incitava a cercarsi un’occupazione:
"Diventerai uomo e ti dispiacerà d’aver perduto tanto tempo. Agli oziosi vengono brutte idee per la testa".
"Sarà quel che sarà", rispondeva Aladino.
Morto il padre, il ragazzo continuò a bighellonare da mattina a sera. E un giorno, mentre stava giocando, come al solito, con alcuni amici, gli si avvicinò un forestiero.

"Sei tu il figlio del sarto?", gli domandò costui.
"Sì", rispose Aladino, "ma mio padre è morto da qualche anno".
Il forestiero si mise a piangere: "Povero fratello mio. Ero venuto qui dall’Africa, dove vivo, per riabbracciarlo. Oh, che disgrazia!".
"Voi dunque sareste mio zio?", si stupì Aladino. "Non assomigliate a mio padre nemmeno un po’. Comunque venite, vi porto da mia madre".
Nemmeno la donna aveva mai saputo dell’esistenza di quello zio, che tuttavia le piacque perché assicurava di volersi prendere cura di Aladino, che lo avrebbe indotto a lavorare, e l’avrebbe fatto diventare ricco.
"Verrai con me. Ti porterò in un posto che sarà la tua fortuna", disse. E, preso per mano Aladino, che in realtà avrebbe preferito restarsene a casa, lo costrinse a seguirlo.
Camminarono per alcune settimane finché, giunti in una radura, il forestiero rivelò ad Aladino chi egli fosse in realtà.
"Non sono tuo zio, ma un mago. Ho deciso di renderti ricco, anzi ricchissimo. Lo vedi questo macigno? È pesante, ma tu dovrai spostarlo. Lì sotto c’è una caverna piena di diamanti. Ci entrerai e quell’immenso tesoro sarà tuo".
Aladino era molto diffidente. E aveva ragione. Lui non lo sapeva, ma quello era un mago cattivissimo.
Attraverso terrificanti sortilegi aveva scoperto dov’era nascosto il più fantasmagorico tesoro del mondo, che contava, tra le tante meraviglie, una piccola lampada dagli straordinari poteri. Ma aveva anche scoperto che c’era una pietra a chiudere l’antro in cui quel tesoro era custodito, e che a sollevarla poteva essere una sola persona: quel fanciullo di nome Aladino.
Così, intendeva servirsi di lui.

Per vincere la diffidenza di Aladino, perciò, il mago non esitò a consegnargli un anello.
"Mettilo al dito, non togliertelo mai. È un anello magico: ti sarà d’aiuto in tante occasioni. In cambio, tu per me dovrai fare una cosa: portarmi la piccola lampada che troverai in fondo alla caverna".
Incuriosito, Aladino a quel punto decise di spostare il macigno.
Sotto c’era una scala che scendeva, profondissima, e il ragazzo la discese. Si trovò così in una grandissima caverna, con degli alberi meravigliosi dai cui rami pendevano, invece dei frutti, grappoli di brillanti, e ce n’erano da riempire cento sacchi, a raccoglierli.

Aladino non sapeva che cosa fossero i brillanti, però il loro luccichio gli piacque. Così ne colse alcune manate e se ne riempì le tasche.
Vide anche la lampada. La prese, e cominciò a risalire verso l’imboccatura della caverna, dove il mago lo attendeva sempre più impaziente.
"Dammi la lampada, presto", gli ordinò il mago.
Era sua intenzione, non appena ottenuto ciò che gli stava a cuore, far ricadere il ragazzo nel baratro per lasciarvelo morire.
"No, prima voglio uscire", s’insospettì Aladino.
"Prima la lampada!".
"No. Prima mi tiri fuori!".
A questo punto il mago, arrabbiatissimo, disse una formula magica e l’imboccatura del sotterraneo si richiuse sul povero Aladino che, disperato, piangeva a dirotto. E mentre piangeva, passava inavvertitamente le dita sull’anello, strofinandolo.
Sappiamo già che l’anello era magico. Sollecitato a quel modo, esso rivelò subito i suoi poteri. Infatti, in una luce abbagliante, davanti ad Aladino apparve un genio.
"Comanda cosa vuoi", disse il genio ad Aladino inchinandosi, "e io ti accontenterò".
"Riportami subito a casa", fu la richiesta.
In men che non si dica, il ragazzo si ritrovò dalla madre, le mostrò le pietre preziose e la lampada che aveva con sé.
La donna trasalì, comprendendo la straordinarietà di quanto vedeva.
Nervosamente si mise a pulire la lampada che, essendo magica, era la casa di un genio ancor più potente di quello dell’anello.
Richiamato da quel gesto, il nuovo genio subito le comparve davanti.
"Sono al tuo servizio", s’inchinò. "Ordina e io ti esaudirò".

Fino ad allora, nella povera casa di Aladino si era sofferta la fame, perciò ella chiese una tavola imbandita con gustose vivande e buon vino.
Immediatamente la tavola fu apparecchiata: una tavola principesca, che ritornò tutti i giorni, due volte al giorno.
Sostenuto dalla buona sorte, Aladino smise di oziare, lavorò, si dette buon nome. La gente giunse persino a lodarlo, a riverirlo.
Un giorno Aladino intravide, non visto, la bellissima figlia del re che usciva a passeggio. Non visto, in quanto se ne stava nascosto perché, quando la principessa usciva in pubblico, tutti dovevano rinchiudersi in casa e non ardire di alzare gli occhi su di lei, pena la morte.
Ma la curiosità aveva indotto il giovane a dare una sbirciatina. E subito se ne innamorò.
"Madre, voglio sposare la principessa".
"Oh, povero figlio mio. Sei impazzito?", trepidò la donna.
"Mai stato più in senno, madre. Ecco qui una ciotola di brillanti. Vai in udienza dal re, che ti riceverà. E tu, offrendogli un dono così strabiliante, gli dirai che glielo mando io, e che voglio sposarne la figlia".
Tremando di paura per l’ardire, la madre di Aladino si recò dal re, e fece ciò che le aveva detto il figlio.
Visto l’inestimabile tesoro recatogli in dono, il re si rallegrò. Se regalava simili ricchezze al suo re, quel giovane ben poteva essere lo sposo della principessa.
Per celebrare degnamente le nozze, Aladino strofinò la lampada e chiese al genio di costruirgli un palazzo più bello di quello del re.

E subito, ecco sorgere dal nulla la nuova, meravigliosa dimora di Aladino e della sua sposa.
Tutto, dunque, sembrava procedere per il meglio. E non ci sarebbero state complicazioni di sorta nella vita dei due, se non fosse accaduto che il mago che aveva cercato d’ingannare Aladino, rimpiangendo continuamente la lampada perduta, non avesse insistito nei suoi esperimenti per sapere che cosa ne fosse stato del ragazzo, se egli fosse morto davvero nel profondo della caverna.
Seppe così che non solo Aladino era vivo, ma possedeva, oltre all’anello, anche la lampada magica. Perciò, pieno di stizza, ripartì alla volta dell’Arabia.
Quando vide lo splendido palazzo di Aladino, una rabbiosa invidia prese a tormentarlo. Non volendosi arrendere alla fortuna dell’altro, si travestì da mercante, attese che Aladino accompagnasse il re in un viaggio nei reami vicini, si fece ricevere dalla principessa e, un po’ con parole sdolcinate, un po’ per magia, la trasse in inganno.
Le fece credere cioè che la lampada custodita dal suo sposo era vecchia e non valeva nulla: gliela avrebbe cambiata con una bella lampada nuova.

La principessa, ignara di tutto, accettò.
Avuta fra le mani, finalmente, la lampada magica, il mago ordinò al genio di trasportare il palazzo di Aladino, con tutti i suoi abitanti, in Africa. E il genio non poté far altro che ubbidire.
Non appena tornato dal viaggio, non vedendo più né il palazzo né la principessa, Aladino comprese ciò che era accaduto.
Ma non si perse d’animo. Strofinò l’anello che aveva ricevuto tanto tempo prima dal mago e che sempre portava al dito.
Rapido apparve il primo genio, quello che lo aveva salvato dalla caverna dove il mago lo aveva rinchiuso.
"Riportami subito qui mia moglie e il mio palazzo, ovunque essi siano", gli ordinò Aladino.
Gli rispose il genio: "Ogni tuo desiderio per me è un ordine, padrone. Ma questo non posso esaudirlo. Perché l’incantesimo è stato compiuto dal genio della lampada, che è molto più potente di me".
"E allora portami dalla principessa", disse Aladino.
In men che non si dica, era già in Africa, nel suo palazzo, al fianco della sua sposa, disperata, in lacrime, perché temeva di dover dire addio per sempre ad Aladino, al padre, al suo Paese.
La felicità dei due, quando si riabbracciarono, è facile da immaginare.
"E adesso", disse Aladino alla principessa, dopo averle confidato la sua lunga avventura con il mago, "ci riprendiamo la lampada".
"Ma come?", rispose lei, dubbiosa.
"È facile. Inviti a cena il mago, che essendo un grande vanitoso, si lascerà conquistare dai tuoi complimenti. E tu gliene farai tanti..."
"Io, Aladino, fargli dei complimenti?".
"Sì, mia diletta. E lo farai bere tanto. Anzi, per essere più sicuri, metterai del sonnifero nella sua coppa di vino".
"Ho capito", sorrise la principessa.
Tutto avvenne secondo il previsto. Non appena il mago si addormentò, Aladino, che fino ad allora s’era tenuto nascosto, venne fuori, tolse la lampada dalle mani del mago e la strofinò. Ed ecco apparire il genio.
"Tu, genio", comandò Aladino, "porta questo mago dove nessuno lo possa mai più trovare. E riporta questo palazzo, con tutto ciò che contiene, in Arabia".
Così avvenne.
E in Persia, Aladino e la principessa vissero felici, a lungo.
Potrebbe darsi che, a cercarli proprio bene, magari con l’aiuto di qualche genio, si riesca ancora oggi a trovarli là.

(Fiaba Araba)

martedì 20 maggio 2008

Passività: 8,75%




"....— Sicché dunque — disse Pinocchio sempre piú sbalordito — se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?

— È un conto facilissimo — rispose la Volpe — un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque, e la mattina dopo ti trovi in tasca duemilacinquecento zecchini lampanti e sonanti.

— Oh che bella cosa! — gridò Pinocchio, ballando dall’allegrezza. — Appena che questi zecchini li avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di piú li darò in regalo a voialtri due.

— Un regalo a noi? — gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. — Dio te ne liberi!

— Te ne liberi! — ripeté il Gatto.

— Noi — riprese la Volpe — non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri........."

(C.Collodi, Le avventure di Pinocchio)

mercoledì 14 maggio 2008

Biancaneve



Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto ad una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò:”avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì.
Dopo un anno il re prese un’altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

-Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispondeva:
-Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.
Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:

-Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Lo specchio rispose:
-Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.

La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: -Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte-. Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse: -Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più-. Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: -Va’ pure, povera bambina-. “Le bestie feroci faranno presto a divorarti”, pensava; ma sentiva che egli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.
Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettone e sette bicchierini. Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò in po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto ad uno solo. Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: ci si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò.
A buio arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché tutto non era in ordine, come l’avevano lasciato. Il primo disse:- Chi si è seduto sulla mia seggiolino? – Il secondo:- Chi ha mangiato dal mio piattino? – Il terzo:- Chi ha preso un po’ del mio panino?- Il quarto:- Chi ha mangiato un po’ della mia verdura? – Il quinto:- Chi ha usato la mia forchettina? –Il sesto:- Chi ha tagliato col mio coltellino? – Il settimo:- Chi ha bevuto dal mio bicchierino? – Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:- Chi mi ha schiacciato il lettino? – Gli altri accorsero e gridarono: - Anche nel mio c’è stato qualcuno-. Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. – Ah, Dio mio! Ah, Dio mio! – esclamarono:- che bella bambina!. – Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormì con i suoi compagni, un’ora con ciascuno, e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: - Come ti chiami? – Mi chiamo Biancaneve, - rispose. – Come sei venuta in casa nostra? – dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: -Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tenere tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla. – Sì, - disse Biancaneve, - di gran cuore -. E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo: - Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno- .
Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non che ella era di nuovo la prima e la più bella; andò avanti allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu;
ma al di là di monti e piani,
presso i sette nani,
Biancaneve lo è molto di più.

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva. E allora pensò di nuovo a come fare per ucciderla: perché, s’ella non era la più bella in tutto il paese, l’invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:- Roba bella, chi compra! Chi compra! – Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò: -Buongiorno, brava donna, cos’avete da vendere? – Roba buona, roba bella, - rispose la vecchia, - stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta. “ Questa brava donna posso lasciarla entrare “, pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. –Bambina, - disse la vecchia, - come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve -. La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. – Ormai lo sei stata la più bella, - disse la regina, e corse via.
Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero: - La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina: stai in guardia, e non lasciare entrare nessuno, se non ci siamo anche noi- .
Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchietto e chiese:

- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Come al solito lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu;
ma al di là di monti e piani,
presso i sette nani,
Biancaneve lo è molto di più.

A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.“ Ma adesso, - pensò, - troverò qualcosa che sarà la tua rovina”; e, siccome si intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’ aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella! Roba bella! – Biancaneve guardò fuori e disse: - Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno. – Ma guardare ti sarà permesso, - disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: - Adesso voglio pettinarti per bene -. La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. – Portento di bellezza! – disse la cattiva matrigna: - è finita per te! – e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacere come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa la regina si mise allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Come al solito lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu;
ma al di là di monti e piani,
presso i sette nani,
Biancaneve lo è molto di più.

A tali parole ella rabbrividì e tremò di collera. – Biancaneve morirà, - gridò, - dovesse costarmi la vita -. Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: - Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l’hanno proibito. – Non importa, - rispose la contadina, - le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una. – No, - rispose Biancaneve, - non posso accettar nulla. – Hai paura del veleno? – disse la vecchia. – Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -. Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: - Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -. A casa, domandò allo specchio:

- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E finalmente lo specchio rispose:
- Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può essere pace per un cuore invidioso.
I nani tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: - Non possiamo seppellirla dentro la nera terra, - e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a piangere Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella.
Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro. Allora disse ai nani: - Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: - Non la cediamo per tutto l’oro del mondo. – Regalatemela,allora, - egli disse, - non posso vivere senza vedere Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo -. A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola. E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. – Ah Dio, dove sono? – gridò. Il principe disse, pieno di gioia: - Sei con me, - e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: - Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa - . Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu;
ma la sposa lo è molto di più.

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzare le scarpe roventi e ballare, finché cadde a terra, morta.

(J. e W. Grimm)